25.10.2026 - Verdi: La traviata - Teatro "Carlo Gesualdo"

Pubblicato il 28 ottobre 2026 alle ore 19:00

Per celebrare la conclusione del mandato di Maria Gabriella Della Sala alla direzione del Conservatorio “Domenico Cimarosa” di Avellino e i quarant’anni di attività della medesima istituzione, è andata in scena, al Teatro “Carlo Gesualdo”, La traviata di Giuseppe Verdi, uno dei titoli più celebri e amati dell’intero repertorio operistico. Un appuntamento di particolare rilievo per la città irpina, dove la lirica mancava ormai da diversi anni da una programmazione continuativa, e che ha rappresentato un’importante occasione per riportare l’opera al centro della vita culturale cittadina.

Lo spettacolo del 25 ottobre rappresenta dunque un buon auspicio per il futuro, nella speranza che la nuova amministrazione comunale possa favorire una presenza più consistente della musica classica e dell’opera lirica nella programmazione del teatro. Il Teatro, infatti, viene utilizzato prevalentemente per spettacoli di prosa e di danza, pur disponendo di una buca d’orchestra che, come dimostrato dalla serata, si presta bene a ospitare produzioni musicali di questo tipo.

L'aspetto che più si è distinto dell'intera serata è la direzione di Carlo Goldstein, il quale ha affrontato la partitura verdiana con un gesto ampio, molto teatrale e costantemente presente, seguendo le voci con attenzione e accompagnando lo sviluppo dell’azione con una gestualità evidente e incisiva. La sua impostazione ha contribuito a mantenere viva la dimensione drammatica della partitura, senza ridurre l’accompagnamento orchestrale a un semplice sostegno del canto. L’Orchestra del Conservatorio “Domenico Cimarosa” ha risposto complessivamente bene alle indicazioni del direttore, offrendo una prova convincente e dimostrando di sapersi confrontare con le esigenze di una partitura che richiede attenzione tanto nei momenti di maggiore intensità quanto nelle pagine più raccolte. Anche il Coro si è distinto per una buona prestazione, contribuendo efficacemente alla riuscita dell’insieme e sostenendo con discreta compattezza i diversi interventi collettivi. Nonostante questi aspetti positivi, qualche riserva riguarda i tagli apportati alla partitura, "colpa" che bisogna attribuire al direttore: già alla conclusione della prima scena del secondo atto si avvertiva l’assenza di una ripetizione, alla quale si sono aggiunti altri tagli nel corso del terzo atto, che è stato quello più colpito.

Una delle particolarità di questa produzione è stata la scelta di affidare il ruolo di Violetta Valéry a tre interpreti differenti, una per ciascun atto: Marika Pelonero nel primo, Nicoletta Gaglione nel secondo e Paola Pelella nel terzo. Una soluzione certamente singolare, che permette di distinguere le differenti fasi della vicenda della protagonista, ma che inevitabilmente interrompe la continuità vocale e interpretativa di un personaggio che costituisce il vero centro dell’opera. Marika Pelonero ha offerto una buona prova, caratterizzata da un fraseggio curato e da una sostanziale sicurezza nell’affrontare la scrittura verdiana; la sua esecuzione è risultata disinvolta, senza particolari esitazioni sul piano vocale, riuscendo a restituire almeno in parte la vivacità e la leggerezza di una Violetta ancora immersa nella vita mondana, dietro la quale si intravedono già le prime fragilità. Ne è scaturita una buona prova complessiva, corretta e piacevole nell’ascolto.

Nel secondo atto, Nicoletta Gaglione ha affrontato una Violetta ormai lontana dalla brillantezza iniziale e chiamata a confrontarsi con una situazione drammatica sempre più complessa. L’interprete ha mostrato un buon livello anche sul piano attoriale, seguendo il progressivo mutamento della protagonista e dando adeguato rilievo al confronto con Giorgio. Ne è derivata un’interpretazione complessivamente convincente.

Meno convincente, invece, la Violetta del terzo atto, affidata a Paola Pelella. Non si è trattato di un’esecuzione particolarmente incisiva, pur rimanendo complessivamente corretta e rispettosa del carattere della parte. La fragilità della protagonista, ormai consumata dalla malattia e prossima alla morte, avrebbe richiesto una maggiore intensità espressiva, capace di rendere pienamente la drammaticità delle ultime pagine. Ne è risultata una prova discreta, senza raggiungere momenti di particolare coinvolgimento.

Passando agli altri protagonisti, Stefano Sorrentino ha interpretato Alfredo Germont con una prova complessivamente corretta nell’esecuzione della scrittura, ma penalizzata da una voce non sempre sufficientemente squillante e proiettata. In diversi momenti il tenore è apparso poco sonoro, con il risultato che l’orchestra finiva talvolta per coprirne la linea vocale (come in “O mio rimorso! O infamia!”). Il tenore ha dunque affrontato la parte con correttezza, senza particolari cedimenti nell’esecuzione, ma la limitata presenza vocale non gli ha consentito di conferire al personaggio tutta l’energia necessaria.

Di segno più positivo la prova di Antimo Dell’Omo nei panni di Giorgio Germont: il baritono si è distinto per una voce imponente e per una buona cantabilità, elementi che gli hanno permesso di affrontare il ruolo con una presenza solida e autorevole. Il personaggio ha trovato nell’interprete una resa vocale convincente, soprattutto nei passaggi in cui la linea melodica richiede ampiezza e un fraseggio disteso. Dell’Omo ha saputo conferire peso alla figura del padre di Alfredo, restituendone l’autorità senza rinunciare alla dimensione più umana del personaggio. 

Tra i ruoli secondari, una menzione particolare spetta ad Annina, interpretata da Giulia Del Verme, che si è distinta all’interno di un gruppo di comprimari complessivamente funzionale allo svolgimento dell’opera. Nunzia Graziuso ha vestito i panni di Flora Bervoix, mentre Valerio Ilardo ha interpretato Gastone, Pasquale Pernice il Barone Douphol, Vsevolod Ishchenko il Marchese d’Obigny e Davide Maria Sabatino il Dottor Grenvil. Completavano il cast Antonio Catello Barretta nel ruolo di Giuseppe e Marisol Borgo in quello della bambina. Nel loro insieme, gli interpreti hanno contribuito allo svolgimento della vicenda senza raggiungere la stessa evidenza dei personaggi principali, mantenendo comunque un livello complessivamente adeguato alla produzione.

Per quanto riguardo la regia di Giuseppe Sollazzo, o almeno ciò che è stato possibile ricavare dalle scelte compiute in scena, non è risultata altrettanto convincente della componente musicale. Non a caso, nella locandina la regia è associata alla cura dello spazio scenico: l’impressione è che l’allestimento abbia puntato soprattutto su un’ambientazione minimalista, senza però riuscire sempre a trasformare la semplicità visiva in una vera idea drammaturgica. Già nel primo atto la scena appare piuttosto spoglia, con poche sedie e alcuni oggetti che non bastano a restituire pienamente l’atmosfera della casa di Violetta e del suo ambiente mondano. Ancora più discutibile è risultata la scelta del secondo atto, nel quale Giorgio Germont viene seguito da diversi uomini vestiti elegantemente. Non è del tutto chiaro quale sia la funzione di questa presenza all’interno della vicenda e quale significato debba assumere nel rapporto tra il padre di Alfredo e Violetta, in una scena che dovrebbe costituire uno dei momenti più intimi e importanti dell’opera. Nel terzo atto la scena si presenta maggiormente arricchita e articolata, con una presenza più evidente di elementi scenici che contribuiscono a definire l’ambiente; probabilmente è la parte in cui la scelta visiva risulta più comprensibile, anche per la necessità di restituire la condizione di isolamento e sofferenza della protagonista. I costumi di Maddalena Marciano, gli elementi scenici e le maschere di Gennaro Vallifuoco e le coreografie di Simona Barattolo completano un apparato visivo che avrebbe potuto trovare una maggiore coerenza attraverso una direzione scenica più incisiva. 

Al termine della rappresentazione, il pubblico ha tributato un caloroso applauso agli interpreti, al direttore, all’orchestra e al coro.

★★★½☆