26.09.2026 - Mozart: Mitridate, re di Ponto - Teatro San Carlo

Pubblicato il 29 settembre 2026 alle ore 17:16

È curioso pensare che al Teatro San Carlo, in 288 anni di storia (289 dal prossimo 4 novembre), non sia mai stato rappresentato Mitridate, re di Ponto di Wolfgang Amadeus Mozart. Eppure si tratta di un'opera legata in maniera abbastanza stretta alla storia musicale di Napoli. Mozart la scrisse nel 1770, a soli quattordici anni, durante il suo primo viaggio in Italia, e fu la sua prima vera opera seria, commissionata dal Teatro Regio Ducale di Milano. La sua formazione italiana passò anche da Napoli, dove ascoltò l'Armida abbandonata di Niccolò Jommelli, uno degli esponenti della scuola napoletana. Pochi mesi dopo sarebbe nata proprio Mitridate, re di Ponto, andata in scena a Milano il 26 dicembre 1770.

Il Massimo partenopeo ha deciso di affidarsi a un cast e a un gruppo di livello internazionale: prima di tutto, la regia di Claus Guth, realizzata in coproduzione con il Teatro Real di Madrid, l’Oper Frankfurt e il Gran Teatre del Liceu, proprio mentre questa messinscena è in scena a Napoli è stato nominato come regista dell’anno dalla rivista "Opernwelt". Sul podio c’è Riccardo Frizza, alla guida del suo quinto titolo operistico della stagione, anche se, per il momento, non è previsto un suo ritorno nella prossima annata. Nel cast troviamo Giovanni Sala nel ruolo di Mitridate, Mariangela Sicilia come Sifare, al debutto al San Carlo e attesa anche per l’inaugurazione della prossima stagione con Luisa Miller, Sara Blanch, che torna dopo il successo di Lucia di Lammermoor dello scorso marzo, e il controtenore Franco Fagioli, che insieme alla Blanch aveva preso parte alla prima della produzione a Madrid.

Tra tutti gli aspetti della serata, quello che considero sicuramente uno dei più riusciti è la direzione di Riccardo Frizza. Egli dirige senza bacchetta e quello che colpisce soprattutto è la precisione, davvero rara, del gesto delle mani. Non c'è bisogno di movimenti enormi o particolarmente spettacolari, perché la partitura non li richiede sempre, e proprio questa misura permette di rendere molto chiaro ciò che vuole ottenere dall'orchestra. Ogni ingresso è ben preparato, i cambi di atmosfera sono netti senza diventare bruschi e soprattutto c'è una grande attenzione nei confronti delle voci. Grande impegno anche per l'Orchestra del Teatro di San Carlo, in formato ridotto, che risponde molto bene alle indicazioni del direttore, con interventi sempre convinti e corretti, nonostante il virtuosismo richiesto dal direttore e dalla partitura. La cosa che ho apprezzato maggiormente è l'equilibrio tra le sezioni: l'orchestra riesce ad avere peso nei momenti più drammatici, ma non copre mai il canto, lasciando spazio soprattutto nelle arie più intimistiche. Frizza riesce, inoltre, a valorizzare sia i momenti più brillanti sia quelli più malinconici della partitura, senza appesantirli. Buona prova anche del clavicembalo da parte di Simone Pierini, il quale accompagna i recitativi con precisione, integrandosi bene nel continuo. 

Per quanto riguarda gli interpreti, partirei dal protagonista Giovanni Sala, nel ruolo di Mitridate. Dopo aver saputo che alla prima rappresentazione del 24 settembre era stato annunciato come "fortemente indisposto", ero prevenuto all'ascolto; invece sono stato del tutto ricreduto. La sua prova ha più che superato le aspettative e, soprattutto, è cresciuta man mano che procedeva l'opera. L'ho trovato particolarmente convincente nel primo atto, a partire da "Se di lauri il crine adorno", aria tutt'altro che semplice, e poi nel finale, dove il personaggio acquista una maggiore forza drammatica e conferma ancora il virtuosismo di Mozart. Anche dal punto di vista interpretativo il teore lecchese riesce a dare al suo Mitridate una certa tensione, senza trasformarlo in un personaggio sopra le righe. Una prova maiuscola, soprattutto considerando le condizioni con cui era arrivato a questa produzione. 

Molto positiva anche Sara Blanch come Aspasia: la sua è una prova costante, precisa e molto sicura, soprattutto nelle parti virtuosistiche, dove riesce a mantenere una bella pulizia nelle agilità senza perdere il senso della frase. Ma la cosa che ho apprezzato maggiormente è proprio la continuità: non ci sono momenti in cui sembra perdere il controllo del personaggio o della linea vocale. Ne è emersa una Aspasia solida, precisa e ben caratterizzata, in una prova che ha confermato le qualità già mostrate a marzo.

Mariangela Sicilia offre anche lei una prova ottima: a colpire è soprattutto il timbro, piuttosto deciso, che permette di distinguere immediatamente il personaggio all'interno del quartetto principale. Ho apprezzato molto anche la resa degli accenti e la capacità di passare dai momenti più energici a quelli più intimi, senza perdere omogeneità. Particolarmente riusciti mi sono sembrati i momenti in cui la voce si fa più raccolta, mentre il duetto con Aspasia rappresenta uno dei passaggi più belli dell'intera serata. Ne è derivata una Sifare molto convincente, dal carattere deciso e ben delineato.

Infine, tra i quattro protagonisti, vi è Franco Fagioli nel ruolo di Farnace. Il suo è un ruolo particolarmente difficile, scritto in origine per un castrato e costruito su una quantità notevole di virtuosismo. Non è quindi semplice ottenere da una voce di controtenore un risultato che non sembri solamente una ricostruzione artificiale di un modello del passato. Ed è proprio qui che la prova di Fagioli mi ha convinto: a parte qualche incertezza iniziale, non sono più riuscito a distinguere se la voce fosse maschile o femminile (ovviamente è positiva la considerazione). Il timbro mantiene una sua identità precisa, il fraseggio è sempre molto curato e nelle arie più virtuosistiche riesce a gestire la scrittura con grande naturalezza. L'interprete argentino, come detto prima, aveva già preso parte alla prima messinscena di questa produzione a Madrid, e la conoscenza dell'allestimento si vede anche nella sicurezza con cui affronta il personaggio e nella precisa dizione.

Una lode va anche ai ruoli minori. Giuliana Gianfaldoni come Ismene si fa notare per la precisione e la sicurezza, soprattutto nell'aria del primo atto. Alasdair Kent, nei panni di Marzio, affronta con sicurezza la sua parte, mentre Agustín Pennino come Arbate offre una prova corretta e ben inserita nell'insieme. Una nota a parte la merita José Luis Mosquera, il maggiordomo muto introdotto dalla regia, che non compare nel libretto originale.

L'aspetto di cui parlerò più a lungo (come quasi in qualsiasi mia recensione) è la regia, questa volta ad opera di Claus Guth. Le regie di Guth le considero generalmente bellissime e già nel 2025 ero rimasto folgorato dal suo Don Carlo, perciò da questa produzione mi aspettavo molto. E devo dire che, nel complesso, lo spettacolo funziona: le scene, curate da Christian Schmidt si sviluppano attraverso quattro ambienti, di cui due sono quelli predominanti. Il primo è una casa elegante e moderna, il secondo, più ridotto, è lo studio della stessa casa, il terzo è uno spazio molto più astratto, con una parete tendente al bianco e al grigio, e una quarta scena anche questa più piccola  utilizzata per pochi momenti. Nonostante la modernità delle scene, la regia riesce a essere leggibile e soprattutto dinamica. Il rischio, con un'opera come Mitridate, sarebbe stato quello di avere una scena tradizionale troppo statica o di trovarsi a ripetere per ore lo stesso ambiente. Il regista tedesco supera questo problema facendo ruotare e trasformare continuamente gli spazi. La casa permette di seguire i rapporti familiari e i conflitti tra i personaggi, mentre lo spazio astratto porta l'opera su un piano più psicologico. Quest'ultimo può sembrare, a tratti, fine a sé stesso, ma viene valorizzato molto dal balletto, dalle ombre e dalla presenza dei doppi dei personaggi. È proprio in questi momenti che la regia diventa più interessante, perché riesce a visualizzare quello che nella musica e nelle parole rimane interno ai protagonisti. C'è però un aspetto della regia che considero difficile da giustificare, cioè la scelta di dividere il secondo atto in un punto deciso da Guth e non previsto dal libretto. Per me è una scelta che non funziona in alcun modo e con nessuna giustificazione: se Mozart ha organizzato l'opera in tre atti, mi chiedo qual è il motivo per cui questa struttura debba essere modificata solamente per esigenze registiche. Capisco la necessità di rendere più semplice un cambio o di creare una pausa in un determinato punto, ma in questo caso la divisione finisce per alterare la percezione dell'opera e della sua progressione. Scelta di Guth è anche l'inserimento del maggiordomo, personaggio che nel libretto non esiste: egli agisce con una gestualità molto evidente ed è presente perlopiù nel primo atto. Il bilancio della regia, comunque, rimane positivo: non sempre sono d'accordo con le scelte di Guth, ma è uno spettacolo che si segue, che mantiene l'attenzione e che riesce a dare una forma visiva a un'opera che, per la sua struttura, rischierebbe facilmente di risultare molto statica.

Alla fine della serata, gli applausi hanno confermato il buon esito dello spettacolo. Il pubblico ha applaudito con particolare calore i protagonisti, con diverse approvazioni anche scena aperta.

La prima rappresentazione del 24 settembre è possibile recuperarla su Rai Radio 3. Si replica martedì 29 settembre e 1° ottobre.

Prossimo appuntamento dell'opera lirica al Teatro San Carlo è per il 9 è l'11 ottobre con Alcina di Georg Friedrich Händel. Sul podio debutterà Iván López-Reynoso, mentre tra gli interpreti ricordiamo Lisette Oropesa, Franco Fagioli e Varduhi Abrahamyan. Le esecuzioni saranno sotto forma di concerto.

★★★★½