Foto di Marcel Urlaub
Dopo il successo della prima edizione dell’anno scorso, anche quest’anno la Wiener Staatsoper ha deciso di inaugurare la propria stagione con un "Opern Air", il concerto all’aperto organizzato alla Wiener Burggarten. Nato nel 2025, il format si è subito imposto come un appuntamento capace di portare l’opera fuori dalle mura del teatro e di avvicinarla a un pubblico ancora più ampio. Anche questa seconda edizione, infatti, è stata a ingresso gratuito e ha riunito alcuni tra i nomi più importanti del panorama lirico internazionale, quali Asmik Grigorian, Piotr Beczała, Juan Diego Flórez e Ludovic Tézier, affiancati da altri artisti dell’ensemble della Staatsoper, dal coro del teatro e dal coro della scuola dell’Opera. Sul podio dell’Orchestra della Wiener Staatsoper vi era Marco Armiliato, alla guida di un programma molto vario, che comprende cori, arie e numerosi duetti.
La serata è stata inoltre scandita da brevi momenti di raccordo nei quali Barbara Rett e Bogdan Roščić, direttore della Wiener Staatsoper, hanno preso la parola, contribuendo a dare al concerto anche una dimensione istituzionale e di presentazione della nuova stagione.
Il programma si è aperto con l’"Allegro vivace" dalla Sinfonia del Guillaume Tell di Gioacchino Rossini, una scelta efficace per dare immediatamente slancio alla serata. Armiliato ha mantenuto un carattere vivace senza rendere l’esecuzione eccessivamente frenetica, lasciando respirare i diversi episodi brano. Particolarmente evidente il grande uso dei piatti, che contribuiscono a rendere ancora più spettacolare la parte finale e a dare all’orchestra un impatto notevole fin dall’inizio. È seguito il coro "Wach auf, es nahet gen den Tag" da Die Meistersinger von Nürnberg di Richard Wagner, affidato al Coro della Wiener Staatsoper: una pagina che permette al coro di mettere in evidenza soprattutto compattezza e presenza sonora, con un suono pieno e ben sostenuto dall’orchestra. Con la "L'amour est un oiseau rebelle" dalla Carmen di Geroges Bizet è arrivata la prima esibizione di Asmik Grigorian: è un brano ormai entrato nell’immaginario collettivo, ma che il soprano lettone affronta senza trasformarlo in una semplice esibizione di carattere; la sua Carmen è costruita attraverso una linea vocale sicura e una presenza scenica molto evidente, anche in un contesto, quello del concerto, nel quale manca la vera e propria azione teatrale. Piotr Beczała ha poi affrontato "Un dì all’azzurro spazio" dall’Andrea Chénier di Umberto Giordano. La sua interpretazione è stata buona, soprattutto per il controllo della linea e per la continuità del fraseggio, anche se vi sono state alcune limitazioni dal punto di vista della dizione, che in una pagina così legata al testo e alla parola finiscono per farsi sentire. Ludovic Tézier ha invece proposto "Alzati! Là, tuo figlio…" - "Eri tu che macchiavi quell’anima" da Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi: è uno dei momenti in cui il baritono francese può mostrare meglio la solidità del proprio strumento e la capacità di sostenere una grande scena verdiana senza eccessi. La voce mantiene una notevole autorevolezza, con un fraseggio che punta soprattutto sulla intensità della parola. È stata poi la volta di Juan Diego Flórez con "È serbata, a questo acciaro" da I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini. Una pagina che mette in luce un lato diverso della vocalità del tenore peruviano rispetto alle arie più celebri del suo repertorio, e che viene affrontata con la consueta attenzione alla leggerezza della linea e alla precisione. Il primo duetto della serata è stato "Vogliatemi bene" dalla Madama Butterfly di Giacomo Puccini, con Grigorian e Beczała protagonisti: qui la dimensione melodica prevale su quella virtuosistica e proprio per questo il brano permette ai due interpreti di concentrarsi sul dialogo vocale. L’intesa è buona e Grigorian riesce a dare alla parte di Cio-Cio-San un carattere particolarmente intenso. Juan Diego Flórez e Ludovic Tézier, invece, si sono invece incontrati in "Au fond du temple saint" da Les pêcheurs de perles di Bizet: un duetto estremamente intimo, costruito proprio sul confronto tra due voci molto diverse, che trova nei due interpreti un equilibrio più che convincente. il tenore peruviano mantiene la sua caratteristica eleganza nel fraseggio, mentre il baritono francese offre un suono più corposo, creando un contrasto interessante.
Beczała è tornato sul palco con "In fernem Land, unnahbar euren Schritten" dal Lohengrin di Wagner: è una pagina che il tenore polacco conosce benissimo, visto che il ruolo lo ha interpretato innumerevoli volte, e che richiede soprattutto controllo e capacità di sostenere la linea, qualità che egli possiede, mantenendo un carattere nobile e misurato. Tézier ha in seguito affrontato "Pietà, rispetto, amore" dal Macbeth di Verdi: nonostante la mancanza del recitativo iniziale, ancora una volta emerge la solidità del baritono nel repertorio verdiano, soprattutto per la capacità di costruire la frase senza ricorrere a effetti superflui; la scena mantiene il suo carattere drammatico e introspettivo anche all’interno del contesto festoso del concerto. Con l'aria di Lisa dal terzo atto del Pique Dame di Pyotr Ilicic Tchaikovsky è arrivata un’altra prova significativa di Asmik Grigorian: qui il soprano può mettere maggiormente in luce la componente drammatica della propria vocalità, affrontando la pagina con un’intensità che non viene mai completamente separata dalla cura della linea melodica. Meno interessante, invece, il Finale da Le nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart, che ha riunito Tézier con alcuni cantanti del coro del teatro, i quali non si sono assolutamente distinti per dizione e riuscita dell'esecuzione. Tuttavia, ha rappresentato un momento corale e d’insieme che ha permesso di cambiare completamente atmosfera, passando dal grande repertorio romantico a una pagina mozartiana più brillante e teatrale. Poi è arrivato uno dei momenti più attesi dell’intero programma: "Ah! mes amis, quel jour de fête!" da Le fille du régiment di Gaetano Donizetti, affidata a Juan Diego Flórez con il coro della Staatsoper. È un’aria che non ha bisogno di presentazioni: egli è applaudito in tutto il mondo per questa pagina e anche questa volta è un vero trionfo. Le famose nove note alte sono affrontate con sicurezza e naturalezza, ma la cosa più convincente è che l’esecuzione non vive soltanto del momento virtuosistico, bensì l’intera aria è costruita con grande precisione, chiarezza e musicalità. Un’esecuzione perfetta, alla quale il pubblico viennese ha risposto immediatamente con un entusiasmo straordinario. Asmik Grigorian è tornata quindi con "Sola, perduta, abbandonata" dalla Manon Lescaut di Puccini: una delle pagine più drammatiche del programma, nella quale il soprano ha potuto spingere maggiormente sulla componente espressiva, costruendo una scena di grande intensità. Il coro della Wiener Staatsoper, insieme alla Opera School, è stato protagonista poi in "Dans le ciel" da La Damnation de Faust di Hector Berlioz. È stato anche un momento utile per dare spazio alle voci più giovani della Staatsoper, inserendole all’interno di un programma dominato da grandi nomi internazionali. Beczała è tornato con "Nessun dorma!" da Turandot. Anche qui l’aria parla da sola e il tenore la affronta con sicurezza, sostenendo bene l’aspetto lirico della pagina e arrivando alla conclusione con il necessario slancio; tuttavia, è un timbro di voce che secondo me non è adatto a un brano del genere, oltre al fatto che anche qui la dizione non è stata eccellente. A chiudere il programma è stato "Tutto nel mondo è burla" dal Falstaff di Verdi, con la partecipazione di gran parte degli interpreti e del coro. Una conclusione particolarmente adatta a un concerto di questo tipo: brillante, teatrale e soprattutto collettiva, con il pubblico coinvolto in una delle pagine più celebri dell’ultimo Verdi.
Nel complesso, il livello dei solisti è stato molto alto, come era prevedibile considerando i nomi coinvolti. Grigorian ha confermato una vocalità estremamente personale, capace di passare da Bizet a Puccini e Tchaikovsky con grande naturalezza; Beczała ha offerto prove positive, anche se la dizione, come detto, non mi è sembrata sempre all’altezza del resto della sua interpretazione; Flórez è stato probabilmente il protagonista più immediato della serata; Tézier ha mostrato ancora una volta quanto il repertorio verdiano gli sia particolarmente congeniale. Gli interpreti secondari non hanno del tutto convinto, anche se la loro prova è stata piuttosto breve.
Molto positiva anche la prova di Marco Armiliato. In un concerto costruito su repertori, stili e organici molto differenti, il direttore ha saputo mantenere una linea generale coerente, evitando di uniformare eccessivamente le diverse pagine. La sua direzione è stata flessibile soprattutto nel rapporto con i cantanti, con tempi che hanno lasciato spazio alle voci senza perdere tensione. Anche l’orchestrazione è stata curata con attenzione: i diversi settori dell’orchestra sono risultati ben riconoscibili e, soprattutto nelle pagine di Rossini, Wagner e Verdi, Armiliato ha saputo valorizzare i contrasti tra archi, legni e ottoni.
Gli applausi hanno confermato quanto il pubblico abbia apprezzato la serata. Sono stati particolarmente calorosi dopo tutte le esibizioni dei quattro protagonisti, compresi duetti, fino al finale di Falstaff.
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