Dopo appena due giorni dall’inaugurazione di MiTo SettembreMusica, avvenuta al Teatro alla Scala con l’esecuzione del War Requiem di Benjamin Britten diretto da Simone Young, il Festival propone già uno degli appuntamenti più importanti: il ritorno della Filarmonica della Scala a Torino. Già l’anno scorso l’orchestra era tornata proprio per questo festival, con Myung-Whun Chung sul podio e Mao Fujita al pianoforte; questa volta, invece, a dirigere è stato Riccardo Chailly, il quale è stato alla guida di una tournée che ha già toccato Praga, Linz, San Sebastián e Santander e che si concluderà l’11 settembre a Rimini.
Il programma scelto, si può dire, ruota attorno al tema del destino: la prima parte del concerto ha visto protagonista Sergei Rachmaninoff, con Utyos e la Suite dall’opera Aleko; dopo la pausa si è proseguito con la Sinfonia N. 4 di Pyotr Ilicic Tchaikovsky. Si tratta di composizioni che Chailly conosce bene e che ha già proposto più volte: fatta eccezione per La roccia, il maestro milanese ha infatti già diretto Aleko nel Concerto per Milano di quest’anno, mentre la Quarta di Tchaikovsky non solo è stata scelta per l’inaugurazione della stagione corrente della Filarmonica, ma Chailly l’ha portata anche in tour a Lussemburgo, Amburgo, Eindhoven, Anversa, Parigi e Vienna.
La serata, dunque, si apre con il poema sinfonico Utyos, È probabilmente il brano nel quale il maestro appare più interessato a costruire l’atmosfera che a ricercare un effetto immediato. L’inizio è mantenuto piuttosto scuro, con particolare attenzione alla parte grave dell’orchestra: violoncelli e soprattutto contrabbassi danno alla pagina un peso sonoro importante, ma senza appesantirla. Chailly evita infatti di trasformare Rachmaninoff in un continuo accumulo di sonorità e lavora maggiormente sui diversi piani dell’orchestrazione. Anche quando entrano in gioco le percussioni, il loro intervento rimane ben inserito nell’insieme e non finisce per coprire il resto dell’orchestra. Ne è emersa una lettura meno spettacolare in senso superficiale, ma certamente più interessante nella sua costruzione interna. La Suite da Aleko mostra invece il lato sinfonico nel teatro lirico del giovane Rachmaninoff. Qui Chailly lascia maggiore spazio al contrasto tra le diverse sezioni dell’orchestra, passando da episodi più raccolti a momenti di maggiore intensità senza perdere mai il controllo dell’equilibrio generale. Anche in questo caso, a mio avviso, il maestro evita la facile monumentalità: il suono della Filarmonica rimane compatto, ma al tempo stesso molto articolato, e proprio questa scelta rende la lettura più interessante di quanto potrebbe essere una semplice ricerca dell’effetto.
La seconda parte del concerto era caratterizzata dalla Sinfonia N. 4 di Tchaikovsky. Complessivamente, Chailly evita di rendere la composizione in una semplice interpretazione della tradizione, cercando invece una lettura più personale: è stato efficace soprattutto il modo in cui mette in risalto alcuni dettagli dell’orchestrazione, affidandoli a determinati strumenti senza mai perdere di vista l’insieme, ed è proprio questo aspetto a rendere la sua esecuzione diversa e, a mio avviso, più personale rispetto a molte altre esecuzioni. Nel primo movimento, dunque, la fanfara iniziale del destino viene affrontata senza eccessi: Chailly non ha fretta di trasformarla subito in un gesto monumentale, preferendo costruire progressivamente il senso di inquietudine. Anche nei momenti di maggiore forza il volume non viene esasperato: la tensione nasce soprattutto dall’accumulo e dal contrasto tra le diverse sezioni. È soprattutto verso la conclusione del movimento che il direttore lascia andare maggiormente l’orchestra, con gli ultimi minuti molto veloci e una sensazione quasi frenetica che conduce il movimento alla sua conclusione con grande energia. Il secondo movimento è forse quello nel quale emerge maggiormente la cantabilità dell’intera sinfonia. Chailly ne accentua il carattere malinconico senza trasformarlo in sentimentalismo, mantenendo tempi abbastanza distesi e lasciando respirare le diverse frasi. Qui sono soprattutto archi e legni a contribuire alla costruzione dell’atmosfera, con un’orchestra capace di mantenere un suono pieno anche nei momenti più raccolti. Il terzo movimento cambia completamente prospettiva. Il pizzicato degli archi è preciso e incisivo, mentre gli interventi di legni e ottoni creano un continuo contrasto. Il maestro mantiene un carattere nervoso e ritmico, che personalmente ho trovato particolarmente efficace, preparando così l’esplosione dell’ultimo movimento. Nel quarto movimento, Chailly conduce la sinfonia verso il suo culmine senza trasformarla in una semplice corsa al finale: la tensione cresce progressivamente, fino all’esplosione conclusiva di ottoni, timpani e archi. Ho trovato particolarmente riuscita questa costruzione, perché la forza del finale arriva senza essere forzata, chiudendo la sinfonia con grande energia e con il ritorno perentorio della fanfara del destino.
Riguardo la prova di Chailly, egli è stato inevitabilmente punto d'interesse della serata e la sua direzione rappresenta uno degli elementi più interessanti della serata. Il suo gesto è deciso e piuttosto ampio, ma sempre senza esagerazioni: con Rachmaninoff appare più concentrato sui piani sonori e sulla trasparenza dell’orchestrazione; in Tchaikovsky, invece, l’assenza della partitura gli permette una maggiore libertà, soprattutto nella mano sinistra, con cui interviene sulle dinamiche, sulle entrate delle sezioni e sulla modellazione delle frasi. Anche l’orchestrazione è curata con attenzione: il maestro distribuisce bene il peso tra le diverse sezioni, evitando che una prevalga sulle altre. Gli archi mantengono una base solida, mentre legni, ottoni e percussioni vengono messi in evidenza quando necessario. Ne risulta un suono ampio ma sempre leggibile, capace di lasciare spazio anche ai dettagli meno immediati.
La Filarmonica della Scala ha risposto molto bene, mostrando compattezza, un suono pieno ma controllato e grande capacità di adattarsi alla lettura di Chailly. Nei momenti più energici non è mai caduta nell’eccesso sonoro, mantenendo attenzione ai dettagli anche nei passaggi più raccolti. È soprattutto in Tchaikovsky che il rapporto con il direttore è apparso più evidente, con un’orchestra sempre pronta a seguirne con immediatezza le indicazioni.
In un concerto con la Filarmonica della Scala e con il destino come filo conduttore, non poteva mancare come bis la Sinfonia da La forza del destino di Giuseppe Verdi. Mi viene da riprendere una frase letta in un post Instagram proprio riguardo a questo concerto, il quale autore scrive che c’è poco da dire, il Verdi della Filarmonica e di Chailly è Verdi allo stato puro. Trovo difficile trovare parole migliori. Lo stesso Chailly, prima di eseguirla, ha ricordato come questa sia una delle Sinfonie che lui e l’orchestra amano maggiormente. Un bis che conclude la serata in maniera praticamente perfetta e che incorona uno dei momenti più riusciti ed emozionanti della serata.
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