Foto di Lena Laine
La stagione 2026/27 dei Berliner Philharmoniker si è aperta il 21 agosto 2026, a data unica, alla Philharmonie di Berlino con Kirill Petrenko sul podio, alla guida dell’orchestra di cui è direttore principale e direttore artistico dalla stagione 2019/20. Si tratta dunque della sua ottava apertura di stagione con i Berliner, e la scelta del programma appare tutt’altro che casuale: due composizioni apparentemente molto diverse, ma unite dalla presenza di un significato nascosto e da una forte componente autobiografica. Il maestro russo ha infatti contrapposto le Enigma Variations di Edward Elgar alla Sinfonia N. 4 di Pyotr Ilicic Tchaikovsky.
Soprattutto nelle Enigma Variations ho trovato il punto di maggiore particolarità della serata. Già dalle prime battute Petrenko non impone all'orchestra una lettura rigida, come spesso propone, ma sembra piuttosto accompagnarla, lasciando che il tema si sviluppi con naturalezza. La sua è una direzione estremamente controllata, ma non fredda: il gesto appare misurato e serve soprattutto a mantenere unite le diverse sezioni dell'orchestra. Il risultato è un Elgar lontano tanto dall'enfasi quanto da una certa tradizione britannica più solenne. La celebre "Nimrod", poi, è stata affrontata con particolare prudenza: il maestro russo evita qualsiasi sentimentalismo eccessivo, costruendo il climax progressivamente. Il fraseggio rimane ampio, ma non rallentato artificialmente, e il suono dei Berliner mantiene quella precisione che impedisce alla pagina di trasformarsi in un momento puramente celebrativo. Nel finale, tuttavia, il maestro si concede qualcosa in più: la tensione cresce in maniera evidente e l'orchestra raggiunge una sonorità piena e luminosa, senza però perdere definizione. Ne è emersa, nel complesso, un'esecuzione raffinata e molto ben costruita, forse più interessata alla qualità della trama orchestrale che al carattere immediatamente spettacolare della partitura.
Nella seconda parte, dopo la pausa, l'atmosfera cambia radicalmente. La Sinfonia N. 4 porta il concerto verso una dimensione molto più tesa, drammatica e introspettiva. Proprio nel primo movimento il maestro offre probabilmente la prova più convincente della propria statura interpretativa. L'interpretazione non è esagerata e non cede all'esibizionismo: il celebre tema iniziale, affidato agli ottoni, non viene trasformato in un gesto titanico fine a sé stesso; Petrenko lo tratta come una forza che sovrasta sull'intero movimento. La grandezza della lettura sta soprattutto nel controllo del climax. Il direttore non anticipa mai il punto di massima tensione: lo prepara lentamente, accumulando energia fino agli episodi più violenti. Ne è scaturita una lettura drammatica, ma mai esagerata. Il secondo movimento è caratterizzato da un'atmosfera più raccolta. Qui emerge soprattutto la qualità del legato degli archi, che permette alle melodie di respirare senza indulgere troppo. I legni assumono un'importanza particolare e contribuiscono a mantenere quella malinconia sospesa che caratterizza il movimento. Con il terzo movimento, interamente fondato sul pizzicato degli archi e sugli interventi dei fiati, l'orchestra mostrano una precisione impressionante: il pizzicato rimane sempre estremamente netto e uniforme, mentre i fiati entrano ed escono dal tessuto musicale con grande puntualità. Ne risulta un episodio leggero soltanto in superficie, perché il controllo ritmico mantiene costantemente una certa tensione. Nel quarto movimento Petrenko lascia finalmente emergere tutta la potenza dei Berliner: il movimento ha avuto un carattere travolgente, ma non confuso, come spesso accade, e proprio questo rappresenta uno dei maggiori meriti della direzione. Il maestro costruisce il finale per accumulo: non cerca un'immediata esplosione, ma conduce l'orchestra verso un punto culminante sempre più inevitabile; quando, poi, finalmente arriva, il suono è enorme, ma rimane comunque controllato.
Per quanto riguarda la prova di Petrenko, questa rappresenta il punto più interessante dell'intera serata. Ciò che colpisce è soprattutto la capacità di modulare la potenza (che in altre esecuzioni del maestro russo non ho trovato spesso): i Berliner Philharmoniker possiedono un suono naturalmente monumentale, soprattutto negli ottoni e negli archi, ma il direttore non utilizza questa ricchezza come un fine in sé; la usa quando serve e la ritrae quando la musica richiede trasparenza. Ne deriva, dunque, un'orchestrazione estremamente leggibile.
La prova dei Berliner è stata sicuramente tra gli aspetti migliori della serata. L'orchestra ha mostrato grande compattezza e, allo stesso tempo, una notevole varietà di colori e dinamiche. Una prova di altissimo livello (come sempre), nella quale la precisione tecnica è andata di pari passo con l'espressività.
Al termine della Quarta di Tchaikovsky, l'orchestra e il direttore è stata accolta da applausi calorosi e prolungati, con oltre sei minuti di applausi. Tant'è che Petrenko è dovuto tornare sul palco per raccogliere le ovazioni anche quando i musicisti avevano ormai lasciato completamente la sala e lui stesso stava per andarsene, visto che aveva già la giacca sbottonata.
Il programma di questa serata verrà portato fuori Berlino con una tournée che toccherà Salisburgo, Lucerna, Edimburgo e Londra. Non solo, verranno proposti anche altri due programmi: nel primo, Leif Ove Andsnes sarà il solista del Concerto per pianoforte e orchestra N. 3 di Ludwig van Beethoven, seguito dalla Sinfonia N. 3 di Alexander Scriabin; nel secondo, invece, sarà Augustin Hadelich a interpretare il Concerto per violino e orchestra di Beethoven, sempre seguito dalla Sinfonia di Scriabin.
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