27.03.2026 - Wagner: Das Rheingold - Felsenreitschule (arte.tv)

Pubblicato il 21 agosto 2026 alle ore 16:49

Foto di Monika Rittershaus

A poco più di quattro mesi dalla sua messa in scena, Das Rheingold di Richard Wagner arriva sulla piattaforma "arte.tv". L'opera era andata in scena nell'ambito dell'Osterfestspiele di Salisburgo, segnando il ritorno dei Berliner Philharmoniker come protagonisti del festival. Già da questa prima tappa del progetto si è scelto di puntare molto in alto: l'idea è infatti quella di rappresentare l'intero Ring in forma scenica alla Felsenreitschule, uno spazio particolarmente ampio che, per dimensioni, supera persino quello della Großes Festspielhaus. Il punto di maggiore interesse della produzione è senza dubbio l'incontro tra due personalità molto diverse, entrambe russe e accomunate dal nome Kirill: da una parte il regista Serebrennikov, dall'altra il direttore dei Berliner Philharmoniker, Petrenko.

È proprio dalla regia che voglio cominciare la mia recensione. Parto da una premessa personale: ero arrivato a questa produzione piuttosto prevenuto nei confronti di Serebrennikov. La sua lettura di pochi anni fa del Don Carlo alla Wiener Staatsoper mi aveva lasciato decisamente perplesso, per non dire altro. Con questo Rheingold, invece, devo dire di essermi almeno in parte ricreduto. Non perché la sua lettura mi abbia convinto completamente, ma perché è evidente che dietro questa produzione esiste un'idea precisa, enorme e soprattutto visivamente molto forte. Il progetto del regista russo parte da un concetto post-apocalittico: il mondo del Ring viene trasferito in una realtà successiva a una grande catastrofe, in cui l'umanità è costretta a sopravvivere e a ricostruire una forma di esistenza dalle proprie rovine. Il Rheingold è collocato in una regione assimilata all'Africa, mentre le parti successive della tetralogia saranno ambientate in altri luoghi del mondo, con differenti culture e immaginari. È un progetto molto ambizioso, ma proprio qui nasce il problema principale: questa idea finisce spesso per sovrapporsi all'opera invece di illuminarla. Il palcoscenico della Felsenreitschule viene trasformato in una specie di territorio devastato: lava solidificata, terreno nero, passerelle improvvisate, monconi di colonne e strutture che sembrano appartenere a una civiltà ormai scomparsa. Sopra la scena compaiono grandi pannelli mobili sui quali vengono proiettate immagini di paesaggi desolati, vulcani, fiumi e, soprattutto, di Alberich che corre disperatamente attraverso un territorio spoglio, filmato in Islanda. Il risultato è quello di un mondo sospeso tra Africa e Islanda, tra caldo e gelo, acqua e fuoco, passato e futuro. Ed è proprio questa contrapposizione tra i diversi elementi a costituire uno dei punti più interessanti della produzione. Il Reno è praticamente scomparso: al suo posto rimangono immagini di corsi d'acqua e di una natura ormai distrutta, mentre il paesaggio vulcanico diventa una sorta di sostituto visivo del mondo mitologico wagneriano. Nel finale, persino l'ingresso a Walhalla viene trasformato in qualcosa di quasi illusorio. Il problema, però, è che Serebrennikov accumula moltissimo: ci sono performer, danzatori, costumi ispirati a differenti culture, maschere, sculture, video, pannelli, doppi dei personaggi, trasformazioni continue. In alcuni momenti lo spettacolo sembra quasi non sapere fermarsi. La scena è talmente piena che lo spettatore rischia di chiedersi cosa debba realmente guardare, oltre che a non concentrarsi. Sicuramente, poi, l'utilizzo dei video è l'elemento più discutibile. La presenza del grande schermo non è di per sé sbagliata: anzi, alcune immagini sono bellissime e contribuiscono concretamente alla costruzione del mondo post-apocalittico. Ma in diversi momenti le proiezioni diventano più interessanti per il loro impatto cinematografico che per quello che aggiungono al dramma, passando per disturbanti invece che per entusiasmanti. La regia televisiva di Michael Beyer, inoltre, riesce a valorizzare enormemente questo aspetto: cambi di inquadratura, primi piani e alternanza tra palcoscenico e film fanno sembrare lo spettacolo ancora più cinematografico.

Anche i personaggi, difatti, vengono radicalmente reinterpretati. I costumi sono spesso molto belli, ma raramente corrispondono all'immaginario tradizionale wagneriano. Gli dèi sembrano superstiti di una civiltà scomparsa; le figlie del Reno diventano creature quasi mostruose; Loge è trasformato in una specie di illusionista e venditore ambulante; i Nibelunghi diventano figure provenienti da un universo estraneo. I risultati sono talvolta affascinanti, talvolta molto meno convincenti. C'è però un aspetto che non si può negare: Serebrennikov sa fare spettacolo. Riesce a riempire la Felsenreitschule, a sfruttarne la larghezza e la profondità e a creare immagini che rimangono impresse.

Ne è emersa, in conclusione, una messinscena che coinvolge molto gli occhi, suscita interesse e non lascia indifferenti. Ma proprio per questo avrei preferito che fosse meno interessata a mostrare e più interessata a spiegare. Il rischio è che il Rheingold finisca per diventare un grande spettacolo post-apocalittico nel quale Wagner viene utilizzato come materiale di partenza, anziché un'opera di Wagner riletta attraverso una nuova prospettiva. La critica austriaca ha registrato proprio questo contrasto: entusiasmo per il grande spettacolo visivo, ma anche applausi più tiepidi e qualche dissenso nei confronti della concezione scenica.

Se la regia divide, la direzione di Petrenko mette praticamente tutti d'accordo. A parte qualche incertezza iniziale, soprattutto nella gestione dei primi grandi crescendo, dove c'è stata l'impressione che il direttore preferisse non forzare subito il peso degli ottoni, l'orchestrazione rimane solidissima per tutta la serata. I Berliner Philharmoniker suonano con una precisione impressionante, ma soprattutto con una capacità di differenziare i piani sonori che rende ascoltabili particolari spesso sommersi dalla massa orchestrale. Un aspetto particolarmente riuscito, poi, è il rapporto con le voci: il direttore, infatti, non schiaccia quasi mai i cantanti. Ne è scaturita una lettura molto mobile, mai statica: trasparente quando deve esserlo, monumentale quando necessario, ricchissima di colori e soprattutto capace di far percepire il Rheingold non semplicemente come il primo episodio del Ring, ma come un grande poema sinfonico ininterrotto. Per me, senza dubbio, è Petrenko il vero asse portante di questa produzione.

Sul piano vocale, la serata ha offerto un cast di livello molto alto, accomunato da grande attenzione allo stile e da una notevole intensità espressiva.

La grande curiosità della serata era naturalmente Christian Gerhaher, al suo debutto nel ruolo di Wotan. La scelta era tutt'altro che scontata: il baritono tedesco è uno dei massimi interpreti liederistici della sua generazione e non possiede la tipica imponenza vocale del baritono wagneriano eroico. Egli propone un Wotan molto lontano dal classico dio monumentale e onnipotente: il suo è un personaggio più umano e dubbioso. La voce è, per la maggior parte della serata, controllata, chiara e ben centrata, con un'emissione naturale e un fraseggio particolarmente curato. Anche la dizione è molto precisa, permettendo di seguire sempre con chiarezza il testo. Qualche limite si avverte soprattutto nei gravi, talvolta meno profondi e sonori di quanto la parte richiederebbe. È stata dunque una prova tra le più riuscite della serata.

Leigh Melrose è un Alberich molto efficace soprattutto dal punto di vista teatrale. La voce non viene usata soltanto per sottolineare la brutalità del personaggio, ma riesce a passare dall'asprezza al nervosismo, con improvvisi cambi di espressione. Anche la presenza scenica è particolarmente forte, soprattutto perché la regia gli assegna un ruolo centrale all'interno dell'universo del Rheingold. Riesce a sostenere bene questa posizione, grazie anche a una dizione chiara e a una caratterizzazione molto convincente. La voce non è sempre perfettamente compatta, ma nel complesso il suo personaggio è, insieme al Wotan di Gerhaher, sicuramente uno dei punti di forza della produzione.

Brenton Ryan offre un Loge agile e molto teatrale, costruito più sulla presenza scenica che sulla potenza vocale. Il personaggio è piuttosto dinamico, anche se vocalmente risulta meno incisivo rispetto ai protagonisti principali.

Molto buona anche la Fricka di Catriona Morison, dal timbro morbido e controllato: il mezzosoprano riesce a darle un carattere meno rigido del solito, mostrando anche un lato più affettuoso nel rapporto con Wotan.

Jasmin White, nonostante il breve intervento, lascia il segno grazie a un timbro profondo e autorevole. Il suo intervento conferma la qualità della sua presenza scenica e vocale.

Sarah Brady è una Freia fragile e luminosa, ben inserita nella visione della regia. Qualche piccola incertezza nei passaggi più esposti, ma nel complesso una prova positiva.

Tra i due giganti si è distinto soprattutto Le Bu, più presente e incisivo vocalmente, mentre Patrick Guetti è apparso più contenuto ma comunque efficace. Insieme hanno funzionato bene nelle scene d'insieme.

Thomas Cilluffo propone invece un Mime più umano che caricaturale, con una buona attenzione alla parola e alla recitazione. La voce non è tra le più forti del cast, ma la caratterizzazione risulta convincente.

Gihoon Kim e Thomas Atkins hanno offerto due prove corrette e funzionali: il primo più energico e sonoro, il secondo più lirico e leggero. Entrambi, però, sono rimasti inevitabilmente in secondo piano rispetto ai ruoli principali.

Le tre Figlie del Reno sono state molto caratterizzate sul piano scenico, mentre vocalmente sono apparse un po' meno omogenee e incisive rispetto al resto del cast. La loro presenza rimane comunque importante all'interno dell'impianto visivo dello spettacolo.

Il pubblico della prima ha accolto lo spettacolo con grandi ovazioni, acclamando, più di tutti gli altri, il maestro Petrenko. Nessuna traccia di Serebrennikov, o almeno così è sembrato dalla trasmissione televisiva, che non ha mostrato gli applausi al team registico.

Prossimo appuntamento del Ring sarà a marzo dell'anno prossimo con Die Walküre. La direzione sarà sempre di Petrenko (salvo imprevisti) e la regia di Serebrennikov. Nel cast, spicca Lise Davidsen, che debutterà nel ruolo di Brünnhilde.

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