Tra gli ultimi appuntamenti della XXXVII edizione del Ravenna Festival vi è il consueto concerto diretto da Riccardo Muti al Palazzo Mauro de André. Reduce dal concerto al Palacio de Carlos V di Granada, il maestro ha riproposto con l'Orchestra Giovanile "Luigi Cherubini" lo stesso programma presentato nella città spagnola, costruito attorno a un unico filo conduttore: la danza. Un tema che attraversa l'intera serata in forme profondamente diverse, ma sempre essenziali al linguaggio dei compositori.
Il concerto ha confermato, ancora una volta, il profondo legame tra Riccardo Muti e l'orchestra da lui fondata nel 2004 e oggi capace di affrontare anche i repertori più impegnativi con una maturità davvero notevole. Il programma non cercava il facile consenso del pubblico, ma seguiva un percorso musicale ben preciso, nel quale ogni brano sembrava condurre in modo naturale a quello successivo. Ne è nata una serata di grande coerenza interpretativa, in cui il tema della danza è andato ben oltre il semplice elemento descrittivo, diventando il filo conduttore e la forza vitale che attraversava tutte le pagine in programma.
La Sinfonia da Nabucco è stata affrontata con una lettura convincente, misurata e frutto della profonda conoscenza che Muti possiede della scrittura verdiana. Fin dalle prime battute il maestro ha guidato l'orchestra con estrema precisione, ma nel corso dell'esecuzione ha improvvisamente abbandonato la bacchetta, probabilmente a causa di un dolore alla mano destra, visto che se la toccava sempre, oppure perché si era spezzata, proseguendo il resto del brano dirigendo esclusivamente con le mani. Un episodio che tuttavia non ha minimamente influenzato l'esecuzione e che, anzi, ha messo in evidenza la sicurezza e il controllo con cui il maestro ha continuato a guidare l'orchestra. Il gesto rimane senza bacchetta è ampio e meno preciso ma comunque perfettamente leggibile. Le grandi progressioni sono costruite con intelligenza, senza forzature, mentre le transizioni risultano sempre fluide e prive di cesure artificiali. Sono seguiti i ballabili dal terzo atto de I vespri siciliani, ossia Le Quattro stagioni, che costituiscono probabilmente il momento più raffinato della parte verdiana del concerto. In questo caso il maestro decide di affrontare l'intero ciclo senza bacchetta. Nel primo movimento, "L'inverno", il tempo scelto è sostenuto ma mai affrettato. Il virtuosismo rimane sempre subordinato alla costruzione musicale e il dialogo tra i violini e l'orchestra si sviluppa con estrema naturalezza, mantenendo costantemente l'equilibrio. Nel secondo movimento, "La primavera", il gesto diventa ancora più essenziale: in diversi momenti Muti rimane quasi completamente immobile, limitandosi ad accompagnare con pochissimi movimenti le varie parti dei fiati, affidando dunque ai musicisti gran parte della responsabilità della costruzione della frase. Ne è emersa un'esecuzione di notevole eleganza, caratterizzata da dinamiche finemente calibrate e grande pulizia del suono. Il terzo movimento, "L'estate", riporta l'attenzione sulla precisione ritmica: la gestualità rimane contenuta, priva di qualsiasi ricerca spettacolare, ma ogni indicazione è chiarissima; gli attacchi risultano impeccabili, la compattezza orchestrale rimane costante e il carattere danzante emerge con spontaneità. Nel quarto movimento, "L'autunno", il gesto torna ad ampliarsi: le grandi arcate melodiche respirano con assoluta naturalezza e il dialogo fra le sezioni raggiunge uno dei punti più alti dell'intera esecuzione. Il finale è costruito mantenendo la tensione fino all'ultima battuta senza alcun irrigidimento e con una conclusione di notevole eleganza.
Dopo l'intervallo, si riprende con la Suite N. 2 da El sombrero de tres picos di Manuel de Falla, nella quale si cambia completamente il clima musicale. Tornata la bacchetta fra le mani del direttore, la gestualità acquista immediatamente maggiore incisività: il gesto è infatti netto, preciso e puntiglioso, ma conserva un'elasticità che permette alla musica di respirare senza perdere il suo carattere spontaneamente danzante. Nel primo movimento, "Los vecinos", il ritmo è sostenuto con fermezza, gli accenti sono scolpiti con decisione e le numerosissime sfumature orchestrali vengono continuamente valorizzate. L'orchestra risponde con grande compattezza, mettendo in evidenza tutta la ricchezza timbrica della scrittura di de Falla. Nel secondo movimento, la "Danza del molinero", Muti trova un equilibrio ideale tra eleganza, colore e precisione, modellando il fraseggio con estrema attenzione e lasciando emergere tanto il lato lirico quanto quello più teso della partitura. Con il terzo movimento, la "Danza final", si raggiunge invece il culmine della pagina. La direzione diventa visibilmente più energica e coinvolta; il maestro accompagna la musica con un gesto ampio e quasi danzante, ma senza sacrificare minimamente la precisione tecnica. Ne è scaturita un'esecuzione davvero eccellente, trascinando il pubblico grazie a una combinazione di energia, precisione ritmica e straordinaria ricchezza timbrica. Il concerto si conclude con il Boléro di Maurice Ravel. Fin dall'inizio colpisce la straordinaria cura del gesto direttoriale: la mano destra segue il suono del tamburo, controllandone costantemente il ritmo. Su questa pulsazione regolare Muti innesta progressivamente tutte le entrate orchestrali, controllando con assoluta precisione i rapporti fra le sezioni. La successione degli strumenti solisti si sviluppa con grande naturalezza: flauto, clarinetto, fagotto, saxofoni, tromba e tutti gli altri interventi emergono con chiarezza e perfetto equilibrio all'interno del tessuto orchestrale; l'unica lieve imprecisione riguarda la parte del trombone che appare leggermente meno sicuro rispetto al resto dell'esecuzione, con un suono poco chiaro e piuttosto lieve. Per il resto la lettura sfiora la perfezione.
Complessivamente, la direzione di Riccardo Muti si conferma ancora una volta di altissimo livello, grazie alla capacità di unire rigore, chiarezza del gesto e naturalezza musicale. Ogni brano viene affrontato con un approccio diverso, sempre nel pieno rispetto dello stile dell'autore, senza mai cadere in soluzioni ripetitive. La cura delle dinamiche, il gesto sempre preciso, solenne e chiaro, l'attenzione al fraseggio e il perfetto equilibrio sonoro testimoniano ancora una volta la profonda conoscenza delle partiture e la straordinaria intesa tra il maestro e l'orchestra. Quest'ultima, poi, ha offerto una prova di livello altissimo, confermando il percorso di crescita compiuto negli anni sotto la guida del suo fondatore.
L'accoglienza del pubblico è stata calorosa fin dall'ingresso di Muti sul palcoscenico: ancora prima che iniziasse il concerto, il maestro è stato salutato da un'ovazione. Al termine dei vari brani non sono mancati "bravo" e numerosi applausi, rivolte sia al direttore sia all'orchestra. Anzi, alla fine del secondo movimento de Le Quattro stagioni, parte della sala ha iniziato ad applaudire, ma Muti ha subito fermato il pubblico, facendo cenno con le mani di non interrompere l'esecuzione. Al termine del Boléro, infine, alle richieste di un bis, il maestro napoletano ha risposto con il suo consueto senso dell'umorismo, mimando con un gesto l'intenzione di andare a dormire.
Il concerto è stato ripreso dalle numerose telecamere Rai presenti al Palazzo Mauro de André e andrà in onda su Rai5 il 13 agosto. Nel frattempo, giovedì prossimo, in seconda serata, verrà trasmessa parte dell'edizione dell'anno scorso di "Cantare amantis est", il viaggio nella coralità portato avanti proprio da Muti.
★★★★★
Crea il tuo sito web con Webador