14.06.2026 - Cilea: Adriana Lecouvreur - Teatro San Carlo

Pubblicato il 16 giugno 2026 alle ore 13:48

Come ottavo titolo operistico della stagione, il Teatro San Carlo ha proposto Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea, tornata sul palcoscenico del Massimo partenopeo a dieci anni dall'ultima apparizione. Per l'occasione è stato allestito un cast di assoluto rilievo: nel ruolo della protagonista vi è Aleksandra Kurzak, assente da Napoli dal 2022, affiancata da Elīna Garanča, che durante la stagione 2025/2026 avrebbe dovuto prendere parte alla Messa da Requiem di Verdi, e da Brian Jagde, tenore che tornerà al San Carlo anche il mese prossimo per quattro recite di Turandot. Sul podio è tornato Pinchas Steinberg, presenza ormai abituale negli ultimi anni a Napoli e già protagonista lo scorso ottobre con Un ballo in maschera, mentre la regia è stata affidata a Davide Livermore, impegnato contemporaneamente anche nel debutto della sua produzione di Giulio Cesare in Egitto a Firenze; allestimento, con scene di Giò Forma, è una produzione dell'Opéra de Monte-Carlo in coproduzione con l'Opéra de Saint-Étienne e l'Opéra de Marseille.

Adriana Lecouvreur, composta da Cilea su libretto di Arturo Colautti, tratto dal dramma di Eugène Scribe ed Ernest Legouvé, rappresenta uno dei vertici del verismo italiano, pur distinguendosi per una scrittura elegante e raffinata, caratterizzata da una costante ricerca melodica e da una grande attenzione al colore orchestrale. Il dramma della celebre attrice della Comédie-Française, sospeso tra amore, gelosia e morte, conserva ancora oggi una straordinaria forza teatrale, grazie anche a pagine entrate stabilmente nel repertorio, come "Io son l'umile ancella" e "Poveri fiori".

Sul piano vocale, la recita ha complessivamente convinto. Aleksandra Kurzak è stata un'Adriana che, almeno all'inizio, non mi ha convinto del tutto: già verso la fine del secondo atto si sono percepite alcune difficoltà nel controllo del respiro, con diversi passaggi in cui il canto veniva praticamente sostituito dalla parola. Una scelta che, però, nel finale del terzo atto è sembrata decisamente intenzionale e perfettamente in linea con la forte tensione drammatica del momento. Nel complesso, la linea di canto è rimasta sempre elegante e il soprano polacco è cresciuto progressivamente nel corso della serata, riuscendo a emozionare soprattutto nel terzo e nel quarto atto, dove ha sfoggiato un fraseggio intenso e una sensibilità espressiva davvero notevole.

Anche Brian Jagde non è sembrato completamente a suo agio nelle prime fasi della recita: il suo Maurizio è apparso inizialmente un po' trattenuto, quasi timoroso, con qualche incertezza e persino alcuni piccoli problemi di dizione. Con il passare degli atti, però, l'interpretazione è cresciuta in maniera evidente: la voce ha acquistato sempre più sicurezza e il tenore statunitense ha potuto mettere in mostra le qualità di uno strumento robusto e squillante, arrivando a firmare un terzo e quarto atto di grande livello.

Di tutt'altro impatto è stata invece la Principessa di Bouillon di Elīna Garanča. Il mezzosoprano lettone ha offerto una prova di grande livello, mettendo in campo una voce ricca e affascinante, dal timbro immediatamente riconoscibile, oltre a una presenza scenica di notevole autorevolezza. La sua interpretazione è riuscita a coniugare eleganza e passione, restituendo tutta la complessità di un personaggio consumato dalla gelosia, ma senza mai scivolare nella caricatura o nell'eccesso.

Pietro Spagnoli ha dato vita a un Michonnet convincente e profondamente umano, tratteggiato con la consueta sensibilità teatrale. La sua interpretazione è apparsa sempre partecipe e ben calibrata e, nonostante una piccola dimenticanza nel primo atto, prontamente risolta, non ha mai dato l'impressione di compromettere il naturale scorrere della rappresentazione.

Molto convincente anche Antonio Di Matteo nei panni del Principe di Bouillon. Il basso ha messo in mostra un timbro piacevole e una recitazione efficace, contribuendo a dare spessore e credibilità al personaggio. Meritano una menzione anche gli interpreti dei ruoli secondari, tra i quali si è distinto soprattutto Roberto Covatta come Abate di Chazeuil, protagonista di una prova particolarmente brillante. Positivo, infine, anche il contributo di Paweł Horodyski, Matteo Macchioni, Anna Grotto, Monica Bacelli e Salvatore De Crescenzo.

Per quanto riguarda l'orchestrazione e la direzione, Pinchas Steinberg ha proposto una lettura solida e ben calibrata. Il suo gesto è stato ampio, ma si è fatto più raccolto e serrato nei momenti più intimi, accompagnando con sensibilità le pagine più liriche della partitura. Il direttore israeliano ha privilegiato una visione piuttosto sinfonica dell'opera, puntando su sonorità ampie e talvolta monumentali, senza però trascurare la componente più cantabile e delicata della scrittura di Cilea. L'Orchestra del Teatro San Carlo ha risposto con precisione e compattezza, confermandosi su un livello decisamente elevato. Uno dei momenti più riusciti è stato probabilmente il ballabile del terzo atto, eseguito con grande brillantezza. Meritano infine una menzione anche il Corpo di Ballo del Teatro San Carlo, preparato da Renato Zanella, e il Coro diretto da Fabrizio Cassi, entrambi protagonisti di una prova precisa seppur breve.

La regia di Davide Livermore si è inserita fra le produzioni forse più riuscite. L'ambientazione viene spostata dal Settecento evocato da Cilea al Novecento, in una rilettura moderna ma mai eccessiva. Spesso le produzioni del regista torinese sono state criticate per l'uso massiccio dei video e per aggiornamenti troppo radicali; in questa occasione, invece, tutto appare dosato con equilibrio, con i video che sono stati limitati al duetto tra Adriana e Maurizio nel primo atto e alla conclusione dell'opera, risultando ben integrati nell'insieme scenico. Le scene, realizzate da Livermore stesso e da Giò Forma, ruotano attorno a un piccolo palcoscenico collocato al centro della scena su un disco girevole, soluzione che viene adattata alle diverse esigenze drammatiche; anche nel quarto atto, che doveva essere ambientato nella camera di Adriana, il regista decide di mantenere il teatro, quasi a sottolineare come esso rappresenti la vera casa dell'attrice; solo nel secondo atto l'impianto cambia parzialmente, trasformandosi nel salotto della villa di Duclos attraverso l'inserimento di una parete con finestre e camino. Ne risulta uno spettacolo che non rinuncia a una propria identità contemporanea ma che, al tempo stesso, conserva una sostanziale fedeltà allo spirito del libretto, trovando un efficace equilibrio tra innovazione e tradizione.

Al termine della prima rappresentazione, circa dieci minuti di applausi hanno accolto tutti gli interpreti. Le ovazioni più calorose sono state riservate a Kurzak, Garanča e Jadge, ma l'intero cast è stato festeggiato con grande partecipazione da parte del pubblico del San Carlo, che ha tributato un meritato successo a una produzione complessivamente riuscita. Si replica fino al 20 giugno.

★★★★☆


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