05.06.2026 - Campioni del mondo, Italia loves UNESCO (Rai1)

Pubblicato il 8 giugno 2026 alle ore 11:55

Foto presa dal profilo Instagram dell'Arena di Verona (@arenadiverona)

A fine aprile, la Fondazione Arena di Verona ha annunciato una grande serata dedicata alla celebrazione dell’Italia e dei suoi siti riconosciuti dall’UNESCO. L’appuntamento è avvenuto il 5 giugno e ha voluto porre l’attenzione su due eccellenze del patrimonio culturale italiano: il canto lirico, inserito nella lista del Patrimonio Immateriale dell’Umanità il 6 dicembre 2023, e la cucina italiana, riconosciuta dall’UNESCO il 10 dicembre 2025; nel corso della manifestazione è stata inoltre rilanciata la candidatura della musica napoletana a patrimonio UNESCO. L'evento, condotto da Milly Carlucci e Paolo Belli, ha alternato pagine del repertorio operistico, canzoni napoletane e collegamenti da piazza Bra. Tuttavia, in questa recensione mi concentrerò esclusivamente sugli interventi dedicati alla musica lirica, senza soffermarmi sulle esecuzioni appartenenti ad altri generi musicali.

Nel complesso, l’impressione è stata quella di uno spettacolo costruito per mettere insieme mondi diversi, alternando lirica, canzone napoletana, interventi dal vivo e momenti di intrattenimento. La cornice dell’Arena dava naturalmente solennità all’insieme, ma la regia dell’evento sembrava puntare più sull’effetto spettacolare e sull’immediatezza televisiva che su una vera continuità musicale. Per questo, accanto a momenti di notevole qualità, non sono mancati passaggi meno eleganti, dal pubblico troppo partecipe in modo scomposto ad alcune scelte sceniche non sempre felici.

Il primo momento lirico è stato quello della Marcia trionfale dall’Aida, affidata alla direzione di Francesco Ivan Ciampa. Nemmeno il tempo di cominciare, però, che il pubblico ha già dato prova di poca misura battendo le mani a tempo, quasi a trasformare una pagina sinfonico-corale in un numero da esibizione. Anche il continuo cambio di inquadrature non ha aiutato a dare respiro al brano, che avrebbe meritato maggiore compattezza e solennità. Dopo la presentazione della serata, si continua con La Danza di Rossini, sempre diretta dal maestro avellinese: qui è arrivata una prova di grande livello da parte di Francesco Meli. Si tratta di un brano tutt’altro che semplice, ma il tenore lo ha affrontato con straordinaria sicurezza, precisione e brillantezza, restituendone bene il carattere virtuosistico senza scadere nella semplice esibizione tecnica. Diverso il caso del brano seguente, "Nessun dorma" dal terzo atto della Turandot, con Yusif Eyvazov e ancora Ciampa sul podio: l’attacco è parso un po’ in ritardo, ma l’esecuzione nel complesso è risultata corretta; resta però un timbro che personalmente non convince fino in fondo, come se la voce avesse una barriera davanti e non riuscisse a liberarsi del tutto. La tenuta del “Vincerò” è stata comunque notevole, prolungata per diversi secondi, ma il coro, che dovrebbe emergere quasi in sordina, è apparso qui troppo spinto e sonoro. Una lettura più equilibrata è arrivata con "Una furtiva lagrima" dall’Elisir d’amore di Donizetti, interpretata da Vittorio Grigolo: la sua prova è risultata buona, con una voce solo lievemente forzata e nel complesso ben governata, capace di mantenere un certo controllo espressivo senza indulgere eccessivamente nel melodramma. Dopo questa carrellata di brani operistici, vi è canzone napoletana considerata come la prima di tutte, e cioè Te voglio bene assaje; a interpretarla è Massimo Ranieri, diretto da Diego Basso, i quali però si trovano al Teatro Filarmonico di Verona. Nella presentazione del brano, inoltre, c’è stata probabilmente una confusione tra Filippo e Tommaso Campanella (quest'ultimo filosofo). Subito dopo, Caruso, con Gianni Morandi e ancora Basso, si è collocata sulla stessa linea di repertorio popolare colto e immediato, senza però entrare nel campo dell’opera vera e propria. Più centrale, invece, è stata "Vissi d’arte, vissi d'amore" da Tosca, con Eleonora Buratto diretta da Ciampa: qui il brano meritava un’attenzione particolare per la sua carica lirica e drammatica, e il soprano mantovano ha saputo affrontarlo con una linea di canto elegante e disciplinata, dando al personaggio il giusto equilibrio tra intensità e raccoglimento. Molto convincente anche "Largo al factotum" dal Barbiere di Siviglia con Mihai Damian. È stata una piacevole scoperta: il baritono ha interpretato l’aria benissimo, con buona dizione e con un fraseggio complessivamente solido; forse il movimento scenico risultava un po’ troppo statico, ma proprio questo gli ha permesso di privilegiare la qualità vocale e la chiarezza dell’emissione. Chiude la prima parte di serata il "Va, pensiero" dal Nabucco, sempre con Ciampa: in un contesto come questo, il brano rischiava di diventare un semplice momento corale celebrativo, ma resta comunque una delle pagine più emblematiche dell’intera serata, capace di richiamare, almeno idealmente, un senso di appartenenza collettiva che va oltre la dimensione dello spettacolo.

Dopo l'intervallo, si continua con il Preludio dal quarto atto di Carmen, che ha avuto soprattutto una funzione di raccordo, ma ha confermato la cura di Ciampa nel tenere insieme orchestra e palcoscenico anche nei passaggi intermedi. Più problematica, invece, la prova di "No puede ser" da La Tabernera del Puerto, con Plácido Domingo. Qui si può dire ben poco: la voce andava e veniva, fino al punto in cui alcune parole non erano nemmeno pronunciate per la l'affanno e la fatica del tenore; tuttavia, al termine dell'esecuzione, l’interprete ha chiesto di ripetere il brano, proprio perché l’emissione era ormai compromessa. Dunque, non una scelta di poco conto, e nemmeno un dettaglio da archiviare facilmente, anche perché questa seconda interpretazione è risultata molto migliore rispetto alla prima. Dopo Because the Night con Patti Smith, assistiamo a un’altra pagina importante, cioè "Un bel dì vedremo" da Madama Butterfly, con Maria Agresta e Ciampa: qui la linea vocale richiedeva finezza, sospensione e un canto capace di trasformare il lirismo in attesa emotiva, e il soprano ha saputo restituire tutto con sensibilità e misura. Con Tu ca nun chiagne, interpretata da Sal Da Vinci e diretta da Adriano Pennino, la serata si è ancora una volta spostata verso la canzone napoletana, mentre "Già la mensa è preparata" dal Don Giovanni, pezzo affidato a Mattia Olivieri e Alessio Arduini, ha rappresentato una scelta insolita e per certi versi spiazzante. I due baritoni hanno cantato bene, ma alcune mosse sceniche avrebbero potuto essere curate meglio: se Leporello ha la bocca impegnata, allora la recita dovrebbe rifletterlo davvero, altrimenti l’effetto perde credibilità e rischia il paradosso. Era de maggio, con Serena Rossi e Basso, ha riportato il clima su un piano più lirico e popolare insieme, mentre il" Dies irae" dalla Messa da Requiem di Verdi, ancora diretto da Ciampa, ha offerto uno dei vertici di impatto della serata, per forza corale e tensione drammatica: di questa pagina, proprio per la sua natura monumentale, resta soprattutto la necessità di mantenere un equilibrio severo e compatto, che qui è parso abbastanza rispettato. Secondo la scaletta, in seguito, doveva andare in scena "Di quella pira" da Il Trovatore, con Galeano Salas, avrebbe dovuto offrire un ulteriore momento di forte teatralità, ma il brano non è stato eseguito per lasciare spazio a Per sempre sì di Sal Da Vinci; una scelta che il pubblico più incline all’intrattenimento ha certamente accolto con favore, ma che musicalmente ha tolto un altro tassello importante al profilo lirico della serata. "E lucevan le stelle" da Tosca, con Grigolo e Ciampa, ha avuto un valore quasi simbolico, anche se l’assetto complessivo dell’esecuzione non è sembrato tra i più convincenti. Dicintecello vuje, con Plácido Domingo e Serena Rossi, ha chiuso poi un altro momento di passaggio verso il repertorio napoletano, mentre Libiamo ne’ lieti calici da La Traviata, con Martina Russomanno e Yusif Eyvazov (protagonisti dell'apertura del festival il 12 giugno), ha riportato in primo piano la dimensione festiva dell’evento.

Per quanto riguarda i direttori, Francesco Ivan Ciampa è apparso come quello più saldo e coerente della serata: ha dato alle pagine liriche un’impronta generalmente ordinata, anche quando il contesto era reso instabile da pubblico, regia o scelte di programma. La sua direzione sembrava cercare sempre un punto d’equilibrio tra teatralità e controllo, e in diversi momenti questo equilibrio ha retto bene. Diego Basso ha avuto il compito più eterogeneo, dovendo attraversare repertori e atmosfere molto differenti: la sua presenza ha dato alla serata un carattere più spettacolare e meno rigoroso, con una gestione funzionale ma spesso più attenta all’effetto complessivo che alla rifinitura musicale. Prova breve invece per Adriano Pennino, il quale ha offerto una conduzione più legata al versante canoro-popolare.

Gli applausi sono stati frequenti e in più occasioni generosi, spesso persino troppo rapidi rispetto ai tempi musicali. L’impressione generale è che una parte del pubblico fosse lì più per partecipare all’evento che per ascoltarlo davvero, e questo ha prodotto reazioni calorose ma non sempre consapevoli. Anche il contorno televisivo, tra regia mobile, cambi d’immagine continui e impianto spettacolare, ha contribuito a dare alla serata un tono più celebrativo che musicale in senso stretto.

Nel complesso, quindi, si è trattato di uno spettacolo piuttosto importante dal punto di vista della lirica, ma non del tutto capace di lasciarne emergere fino in fondo l’essenza. Sembrava, in molti momenti, un pretesto per costruire una grande serata di musica in forma nuova, più ibrida e più popolare, dove l’opera era presente ma non sempre davvero centrale. Proprio per questo, accanto agli episodi riusciti, resta la sensazione che la componente lirica avrebbe meritato un contesto più rigoroso e meno dispersivo.

★★★☆☆