Foto di Monika Rittershaus
Dopo esattamente due anni dall’ultima apparizione con i Berliner Philharmoniker, Yannick Nézet-Séguin è tornato sul podio il 21, 22 e 23 maggio con un programma dedicato alla Sinfonia N. 3 in Re Minore di Gustav Mahler. Si tratta di una delle pagine più monumentali e visionarie dell’intero repertorio sinfonico, un vastissimo viaggio musicale che attraversa la natura, la materia, l’uomo e infine una dimensione spirituale e trascendente.
Ad affiancare il maestro canadese, una solista d'eccezione: Joyce DiDonato; ella, seppur la parte fosse breve, ha dato al quarto movimento una presenza vocale intensa e partecipe. Non solo, anche i due cori hanno aggiunto al movimento successivo una luce corale limpida e solenne. L’impressione complessiva è stata quella di una grande esecuzione sinfonica, capace di tenere insieme energia, dettaglio e respiro narrativo.
Il primo movimento si è rivelato subito estremamente convincente, sostenuto da una direzione formidabile e da un controllo saldo della partitura, che in Mahler rischia sempre di disfarsi nella sua stessa vastità; qui invece tutto è apparso ampio, leggibile, perfettamente in equilibrio. In particolare, le percussioni hanno avuto un ruolo decisivo, spiccando per incisività, precisione e chiarezza ritmica, e contribuendo a costruire una tensione sempre viva; a ciò si contrappone il lavoro degli archi, che hanno dato ampiezza e continuità al discorso, con un suono compatto, pieno e intensamente modellato. Il secondo movimento ha offerto una lettura elegante e ben cesellata, musicalmente coerente ma meno memorabile rispetto ad altri momenti della sinfonia; Nézet-Séguin ha scelto un approccio controllato, quasi misurato, che ha privilegiato la chiarezza del fraseggio e il respiro complessivo piuttosto che l’accento drammatico. Ne è uscita una pagina corretta, raffinata, un po’ trattenuta, ma sempre solida. Il terzo movimento ha introdotto un clima più leggero e mobile, quasi giocoso, ma sempre con una certa eleganza di fondo: qui la direzione è risultata particolarmente riuscita, precisa e insieme viva, capace di trasmettere energia senza irrigidire il discorso. È stato uno dei momenti più freschi e convincenti della serata, proprio perché privo di qualsiasi forzatura. Il quarto movimento ha cambiato radicalmente prospettiva, aprendo una dimensione più sospesa e contemplativa e l’esecuzione ha saputo valorizzare molto bene questo carattere enigmatico. La direzione ha mantenuto tempi ben controllati, lasciando respirare la partitura senza mai appesantirla; DiDonato è emersa con intensità espressiva, dando alla parte vocale una profondità raccolta e un timbro capace di attraversare la pagina con naturalezza e forza interiore. Ne è uscita una lettura intensa, misurata e molto suggestiva. Il quinto movimento ha riportato slancio e una brillantezza quasi teatrale: i due cori hanno avuto un ruolo fondamentale nel dare al brano la sua dimensione luminosa e solenne; l’orchestra ha fatto risaltare soprattutto gli ottoni, molto incisivi nel dare energia e brillantezza alla pagina. L’effetto complessivo è stato vivace, ordinato e pienamente convincente. L'"Adagio" finale è apparso come il vero momento culminante dell’intera sinfonia: Nézet-Séguin ha lavorato con pazienza sulla progressione sonora, costruendo il movimento con attenzione quasi architettonica e insieme con partecipazione emotiva. L’interpretazione ha saputo tenere insieme monumentalità e solennità, arrivando a una conclusione di grande efficacia emotiva; è stato un finale ampio e profondamente coinvolgente.
Per quanto riguarda l’interpretazione generale di Joyce DiDonato, la cantante ha offerto una prova di livello piuttosto modesto: vocalmente impeccabile sotto il profilo tecnico, ma non del tutto adatta a questo tipo di repertorio. La qualità dell’emissione, il controllo del fiato e la precisione del fraseggio sono rimasti costantemente elevati, confermando la solidità dell’interprete sul piano puramente vocale; tuttavia, l’impressione complessiva è stata quella di una presenza interpretativa poco affine alla dimensione più profonda del quarto movimento.
I due cori, invece, hanno contribuito in modo determinante alla riuscita del quinto movimento della sinfonia. Il coro femminile si è distinto per omogeneità, purezza di emissione e precisione negli attacchi, mentre il coro di voci bianche ha fornito un sostegno sonoro compatto e disciplinato, ben inserito nella trama orchestrale. Insieme hanno creato un effetto di grande luminosità e ordine, senza mai risultare pesanti o retorici.
Yannick Nézet-Séguin ha offerto una direzione di notevole solidità e efficacia, capace di governare una partitura immensa senza mai disperderne la tensione interna; il suo merito maggiore è stato quello di coniugare controllo e slancio, facendo emergere con chiarezza la struttura della sinfonia e, al tempo stesso, la sua continua metamorfosi espressiva. Inutile, poi, parlare della bravura dei Berliner Philharmoniker nella riuscita della composizione: archi ampi e compatti, ottoni incisivi, percussioni precise e decisive, legni sempre ben caratterizzati. Ogni sezione ha trovato il proprio spazio in un insieme perfettamente calibrato.
Gli applausi finali sono stati calorosi e prolungati. Il pubblico ha risposto con entusiasmo, con Yannick Nézet-Séguin e Joyce DiDonato che hanno ricevuto vere e proprie ovazioni, insieme anche a diversi membri dell'orchestra.
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