Foto da "Corriere dell'Umbria"
Nella notte del 4 aprile su Rai 1 è stato trasmesso il tradizionale Concerto di Pasqua dal Duomo di Orvieto, anche se, in realtà, di pasquale ha ben poco: la registrazione risale infatti al 24 febbraio. Il concerto ha comunque unito la solennità della Cattedrale a un programma essenziale ma molto intenso, affidato all’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino diretta da Daniele Rustioni. Più che uno spettacolo, è sembrato un momento costruito per creare raccoglimento.
Il Concerto di Pasqua da Orvieto è ormai una tradizione riconoscibile, legata all’idea di portare la musica in un luogo che ha già di per sé un forte significato spirituale. Già dalla prima edizione, nel 2008, il suo fascino nasce proprio da questo incontro tra rito e concerto. Il Duomo non è solo uno sfondo, ma diventa parte integrante dell’esperienza sonora: lo spazio, la risonanza e l’atmosfera contribuiscono a creare un ascolto diverso, più raccolto, quasi meditativo, lontano dalla dimensione più “frontale” della sala da concerto.
Si comincia con l’Ouverture del Tannhäuser di Richard Wagner apre la serata con un forte senso di solennità. Rustioni sembra puntare meno sull’aspetto teatrale e più su quello interiore: il suono è ampio ma controllato, e c’è una grande attenzione alle viole e ai fiati, che danno profondità all’insieme. Ne viene fuori un Wagner diverso dal solito, più austero, quasi filtrato dalla sacralità del luogo, dove ogni slancio resta sempre misurato.
Per quanto riguarda la seconda sinfonia di Brahms, nel primo movimento (Allegro non troppo), il maestro milanese costruisce un discorso ampio e molto fluido, puntando più sulla cantabilità che sui contrasti. Gli archi hanno un suono compatto, mentre i fiati dialogano con grande equilibrio; in questo contesto, i timpani emergono, sostenendo la struttura e rinforzando i punti di tensione senza mai emergere davvero, come accade per il primo climax. Nel secondo movimento (Adagio non troppo) l’atmosfera diventa più raccolta: Rustioni lavora molto sul colore e sul fraseggio, ottenendo un suono più scuro e meditativo, mentre i fiati sono particolarmente espressivi e ben fusi con gli archi. Il terzo movimento (Allegretto grazioso), è stato qui restituito con leggerezza e con buon respiro, mantenendo un equilibrio gradevole tra grazia e slancio. Nel quarto movimento (Allegro con spirito) torna un’energia più evidente, ma sempre controllata; la costruzione è graduale, senza effetti troppo bruschi, con archi compatti e ottoni ben integrati. Qui i timpani hanno un ruolo un po’ più presente: accompagnano la crescita della tensione e sottolineano i momenti più ritmici, ma restano sempre ben equilibrati, senza mai sovrastare il resto dell’orchestra.
La direzione di Rustioni è stata chiara e controllata, con un gesto molto ampio. Si percepisce l’attenzione nel gestire il suono dentro uno spazio come il Duomo, che amplifica tutto. Per questo la sua lettura punta sulla compattezza e sull’equilibrio. L’orchestra risponde bene: gli archi sono solidi, i fiati spesso emergono con personalità, in particolare i flauti, e nel complesso il suono resta sempre ben bilanciato ma sempre con un clima solenne.
Già alla fine dell’Ouverture, gli applausi sono lunghi e partecipati. A concerto concluso, diversi “bravo” urlati dalla platea vengono amplificati, sembrando lontanissimi, ma restano sinceri, quasi raccolti anche loro, in linea con il clima della serata. Danno proprio l’idea di un pubblico coinvolto, che ha vissuto il concerto non solo come esecuzione musicale, ma come un momento condiviso, più profondo del solito.
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