28.02.2026 - Verdi: Messa da Requiem - Teatro San Carlo

Pubblicato il 2 marzo 2026 alle ore 20:08

Il 28 febbraio sono stato al Teatro San Carlo di Napoli per assistere alla Messa da Requiem di Verdi. La particolarità della serata era che il concerto era dedicato alla memoria di Roberto De Simone, scomparso il 6 aprile dell’anno scorso. Peccato che di questo ricordo durante la serata non si è visto praticamente nulla: se non fosse stato per la locandina, dove si parlava della dedica al regista napoletano, sarebbe sembrata una semplice esecuzione in cartellone e basta. Non c'è stato alcun intervento né del direttore (che di solito è quello che prende la parola) né del sovrintendente, e neanche un minuto di silenzio. Fa un po’ strano, soprattutto considerando l’importanza della figura a cui era dedicata la serata, e sorprende anche che sia stata scelta una data qualsiasi, invece magari di collegare il concerto a un momento simbolico, come quello della sua scomparsa.

Per quanto riguarda l’opera, la Messa da Requiem si colloca nella fase matura di Verdi. Dopo l'Aida, il compositore si era allontanato per un periodo dal teatro d’opera. Inizialmente, il Requiem doveva essere legato a Gioacchino Rossini, ma poi, vista l'imminente morte di Alessandro Manzoni nel maggio 1873, Verdi decise di dedicare proprio a lui la composizione. L’anno successivo, nel 1874, a un anno esatto dalla morte dello scrittore, il Requiem fu eseguito per la prima volta nella Chiesa di San Marco a Milano.

Prima dell’inizio del concerto, una corista ha letto una lunga lettera a nome di tutte le maestranze. Il messaggio era molto chiaro: nonostante le difficoltà economiche pesanti che stanno vivendo le fondazioni lirico-sinfoniche, hanno deciso comunque di andare in scena per rispetto del pubblico e per il valore culturale del loro lavoro. Però si sono detti anche mortificati, quasi svuotati nella loro identità professionale. Dopo 17 anni di vacanza contrattuale, il rinnovo 2018-21 ha portato solo 70 euro lordi di aumento, una cifra che suona quasi simbolica rispetto ai sacrifici fatti. E oggi la situazione non è migliorata: mancano ancora i fondi per il contratto 2022-24, la riduzione del turnover al 75% complica ulteriormente le cose e sul nuovo codice dello spettacolo non c’è stato un vero confronto.

L’"Introitus" si è aperto con un clima cupo, sostenuto bene dagli archi, che hanno creato un suono morbido e compatto. Il coro ha lavorato su un pianissimo controllato, non sussurrato come spesso accade, con un buon equilibrio tra le sezioni. Nel "Kyrie", con l’ingresso dei solisti, si è sentito uno dei punti deboli della serata: il quartetto non trovava subito un’amalgama vera, e le voci sembravano più affiancate che unite. Già dalle prime note, Yende aveva una voce disgiunta, Relyea, non sembrava del tutto sicuro e l’impressione è che non sia mai riuscito davvero a entrare nell'opera, Pati cantava bene, ma a tratti sembrava che stesse cantando un'aria amorosa, mentre Piva si è fatta notare nelle parti corali e solistiche. La "Sequentia" è stata sicuramente il vero banco di prova. Il Dies irae ha avuto un impatto fortissimo, con percussioni potenti e corni che emergevano più del solito; qui orchestra e coro hanno mostrato compattezza e precisione. Nel "Tuba mirum" gli ottoni hanno risposto con sicurezza e forza, e nel "Rex tremendae" il coro ha saputo sostenere la scrittura monumentale con energia e disciplina. Nei brani più lirici della "Sequentia", non è emerso niente che lascia interessati: il "Recordare" è stato corretto ma non davvero coinvolgente, con le due voci non sempre si fondevano in modo naturale, e l’espressione sembrava più eseguita che sentita fino in fondo. L’"Ingemisco" aveva buoni momenti di proiezione e un fraseggio elegante da parte dell'orchestra, ma mancava quel senso di supplica che rende l’aria indimenticabile. Il "Confutatis" invece funzionava meglio, grazie al contrasto netto tra la sezione maschile del coro, incisiva, e quella femminile, più dolce e raccolta. Il "Lacrimosa" chiudeva la sequenza con un’intensità misurata, sostenuta soprattutto dal coro. L’"Offertorium" è stato uno dei momenti più equilibrati: orchestra attenta alle sfumature, archi curati, e un quartetto che qui trovava una coesione migliore rispetto a prima, anche se senza arrivare a una profondità davvero memorabile. D'altro canto è stato il "Sanctus", probabilmente uno dei vertici della serata: il doppio coro in fuga è stato affrontato con energia e precisione, mostrando una preparazione solida e grande compattezza; anche l’orchestra sosteneva con brillantezza il carattere luminoso del brano, con i tromboni, in particolare, che sono spiccati. L’"Agnus Dei", con l’attacco di soprano e mezzosoprano, poteva creare un momento suggestivo, ma ciò non è riuscito per l’intonazione iniziale che non era perfettamente centrata; con l’ingresso del coro e dell’orchestra l’atmosfera cresceva, ma ancora una volta erano le masse corali a convincere più delle singole voci. Nel "Lux aeterna" si è sentito un bel lavoro sugli archi gravi e sui contrasti dinamici; mezzosoprano, tenore e basso hanno offerto una prova corretta, ma a tratti monotona, spesso uguale, mancava quel senso di tensione profonda. Il "Libera me" riportava il soprano in primo piano, in una pagina di grande responsabilità: l’inizio era ben sostenuto, ma non sempre penetrante sul piano drammatico; ancora una volta, emerge l'orchestra e il coro nel "Dies irae" e nella fuga conclusiva, affrontata con decisione.

La parte vocale, costituita da Pretty Yende, Caterina Piva, Pene Pati e John Relyea, non ha dati i frutti sperati. Se non avessi saputo che la sera prima era stata annunciata un’indisposizione del soprano, e che nonostante ciò aveva deciso comunque di cantare, probabilmente avrei scritto una recensione molto più dura nei suoi confronti. Il punto è che prima dell’esecuzione questa cosa non era stata detta, quindi per uno spettatore qualsiasi la reazione sarebbe stata inevitabilmente negativa. Sapere dell’indisposizione cambia il giudizio sulla situazione, ma non cambia quello che si è sentito in sala. In diversi momenti Yende non riusciva a controllare del tutto la voce: a volte era troppo squillante, altre invece sembrava poco sostenuta. Poi c’è stato anche un dettaglio che mi ha fatto piuttosto innervosire: in alcune occasioni si è alzata qualche secondo dopo l’inizio della sua parte, iniziando a cantare da seduta, per pochissimi secondi, e continuando mentre si metteva in piedi. Mi chiedo: perché non alzarsi qualche secondo prima ed evitare quell’effetto un po’ disordinato? Detto questo, va riconosciuta la buona volontà di affrontare comunque un pezzo così impegnativo di Verdi, però, al di là delle attenuanti, l’esecuzione lascia un po’ di amaro in bocca. Più che una prova sfortunata, è sembrata un’occasione sprecata, vista la grandezza dell'interprete.

Sicuramente la parte più convincente del quartetto è stata quella di Caterina Piva, che sostituisce Elīna Garanča. Non era affatto una situazione facile: sostituire un nome così importante significa salire sul palco sapendo che il pubblico, anche senza dirlo, farà un paragone. Piva ha mostrato un controllo tecnico sicuro e una linea di canto sempre ben sostenuta: il timbro, caldo e compatto, usciva con naturalezza nei momenti più lirici, soprattutto nel "Recordare", dove il dialogo con il soprano si reggeva molto sulla sua stabilità e sulla capacità di portare avanti la frase con coerenza. Quello che ha convinto di più è stata la continuità: niente effetti cercati, niente forzature, ma un canto misurato e consapevole. In una serata in cui il quartetto non è stato sempre omogeneo, Piva è sembrata la più equilibrata e centrata: una prova solida, affidabile e musicalmente convincente. 

Anche la prova di Pene Pati è sembrata, nel complesso, un’occasione sprecata. Un tenore del suo calibro dovrebbe saper cambiare stile, colore e intenzione a seconda del brano. Nel Requiem, poi, questo è fondamentale: non basta cantare bene, bisogna entrare davvero nel clima del pezzo, che è teatrale sì, ma anche pieno di tensione, paura, supplica. Qui invece non ha funzionato del tutto: l’"Ingemisco", e in generale i suoi interventi, sembravano cantati come se fossero un’aria d’amore. Il suono era bello, ben sostenuto, e il fraseggio elegante. Però mancava qualcosa: mancava quell’accento più drammatico, quel senso di angoscia che dovrebbe far sentire il peso del testo, la paura del giudizio. Alla fine l’impressione è stata quella di un canto raffinato ma poco approfondito. Perciò parlo di occasione mancata: con le sue qualità avrebbe potuto lasciare il segno a una prova eccellente, invece è rimasta una prova piacevole ma non davvero centrata nello stile. Contando poi che le aspettative erano alte, la delusione si sente di più.

La prova del basso John Relyea è stata intermedia. Probabilmente sarò un po’ di parte, perché a me il timbro di Relyea piace davvero tanto, però, in questo caso, non mi è sembrata del tutto adatto al contesto. Già dalle prime battute si percepiva una certa incertezza, come se non fosse completamente a suo agio. Il suono non sempre era stabile e, in alcune frasi, sembrava trattenuto, come se non riuscisse a dare fino in fondo il peso drammatico richiesto, come nel "Confutatis", dove il basso dovrebbe avere un ruolo quasi implacabile. Nel complesso non è stata una prova negativa in senso assoluto, ma nemmeno memorabile: ci si poteva aspettare qualcosa di più centrato e convincente. 

La cosa che ha convinto di più durante la serata è stata senza dubbio la direzione e l'orchestrazione di Nicola Luisotti e il coro preparato da Fabrizio Cassi. Luisotti ha diretto con sicurezza e naturalezza, senza rigidità e con grande precisione. I tempi erano ben gestiti e i contrasti dinamici del Requiem sono stati messi in risalto con intelligenza. L’orchestra ha risposto in modo compatto nei momenti più drammatici, soprattutto nei ritorni del "Dies irae", che avevano un impatto forte e ben costruito. Anche nei passaggi più tesi si sentiva una cura per il suono e per i colori orchestrali. Il coro, preparato da Cassi, è stato compatto, potente quando serviva, ma anche capace di grande controllo nei pianissimi. Gli attacchi erano precisi, e nelle fughe del "Sanctus" e del "Libera me" si è sentita tutta la solidità del lavoro fatto. Una prova autorevole, che di fatto ha sostenuto tutta l’esecuzione e ha dato struttura e forza all’insieme.

Per quanto riguarda gli applausi, il pubblico è stato nel complesso molto caloroso, però c’è stato un episodio che mi ha colpito: subito dopo l’ultima nota, dal quarto piano si è sentito un “bu”. È stata la prima volta che ho sentito dal vivo una contestazione così chiara, e sinceramente mi è sembrata un po’ esagerata, visto che l’esecuzione, nel complesso, era riuscita. Per fortuna è rimasto un caso isolato: quasi subito la sala ha reagito con applausi forti e convinti. Luisotti, Cassi e i solisti sono stati richiamati più volte sul palco, e gli applausi sono andati avanti per più di cinque minuti. 

★★★☆☆