Il 20 febbraio sono stato per la prima volta al Teatro Regio di Torino per vedere un capolavoro di Giuseppe Verdi che mancava in città da otto anni: Macbeth. Era già di per sé una serata importante, ma lo è stata ancora di più perché sul podio c’era Riccardo Muti, che ormai dirige opere liriche complete, con tanto di regia, praticamente solo qui a Torino.
Macbeth è la decima opera di Verdi: la scrisse nel 1847 e debuttò al Teatro della Pergola di Firenze. Per capire perché non volle presentarla alla Scala ma proprio a Firenze, basta leggere una lettera che scrisse a Giovanni Ricordi in quel periodo. In pratica Verdi accetta il contratto per l’opera a Firenze, però mette una condizione precisa: non vuole che Macbeth venga rappresentato alla Scala. Il motivo lo dice chiaramente lui stesso: aveva già visto troppe volte le sue opere montate male lì e non si fidava più. Cita esempi concreti, come le brutte messe in scena de I Lombardi alla prima crociata, di Ernani e de I due Foscari, e si lamenta anche di Attila, che secondo lui era stato realizzato nel peggiore dei modi possibili. Il successo, comunque, fu enorme.
Prima di iniziare, Muti si è girato verso la sala e ha detto poche parole, però molto dirette. Ha ringraziato tecnici, maestri collaboratori e tutte le persone che lavorano dietro le quinte. Poi, ha voluto salutare soprattutto i più giovani presenti in sala, dicendo che il pubblico di oggi deve diventare quello di domani e che senza cultura non si va da nessuna parte. In seguito, ha affermato che il pubblico non deve assistere allo spettacolo "perché c'è Muti", ma per la congiunzione tra Shakespeare e Verdi, per far capire che non stavamo semplicemente assistendo a un’opera qualsiasi. Ha insistito sul fatto che la musica non serve solo a intrattenere: dovrebbe lasciare qualcosa dentro, arricchire chi ascolta, anche spiritualmente.
Dunque passiamo all'esecuzione. Nel ruolo del protagonista c'era Luca Micheletti, a cui ho già assistito a qualche sua performance, sia come attore (Aiace di Sofocle al Teatro Greco di Siracusa) che come baritono (Don Giovanni di Mozart al Teatro Massimo di Palermo). Questo dualismo si è riscontrato nell'esecuzione complessiva: ha costruito un Macbeth molto teatrale, con più attenzione alla parola, agli accenti e al personaggio, nonostante comunque un'eccellente potenza vocale. Non ha puntato su un tiranno gigantesco e imponente, ma su un uomo già fragile dentro, e questa idea, giustissima, si è sentita per tutta l’opera. Nel duetto del primo atto con Lady Macbeth ha lavorato bene sul fraseggio: il suo Macbeth sembrava incerto, quasi trascinato dalla moglie più che davvero deciso; non era esplosivo, piuttosto nervoso, e le mezzevoci nei punti più insinuanti funzionavano bene. Nel Brindisi del secondo atto, invece, si capiva bene il doppio piano della scena: da una parte il re che deve mostrarsi sicuro, dall’altra il crollo interiore. Nella scena delle apparizioni ha scelto una lettura più introspettiva che visionaria: meno furia e più inquietudine; come idea psicologica funzionava, anche se musicalmente si poteva desiderare un po’ più di slancio drammatico. Nel duetto finale del terzo atto invece la voce girava meglio e il confronto con Lady risultava teso e compatto, con accenti ben marcati. Il punto culminante è arrivato nella scena e aria “Perfidi! All’anglo contro di me v’unite” - “Pietà, rispetto, onore”: qui l'emozione è salita, e non solo per il testo e la musica, ma anche per Micheletti, il quale ha trovato un colore più nobile e stanco, rendendo bene il lato crepuscolare del personaggio.
Nel ruolo di Lady Macbeth troviamo Lidia Fridman, che torna al Regio dopo Un ballo in maschera trionfante del 2024, e che ha offerto una prova molto intensa, costruita su un’idea precisa: non solo una figura demoniaca, ma una donna lucidissima, fredda, quasi calcolatrice. Già nella scena iniziale, “Nel dì della vittoria io le incontrai…”, dove tra l’altro è stata fatta la scelta di regia non così scontata, si è messa parecchio in gioco; la dizione italiana non era sempre perfetta, però l’intenzione teatrale c’era e si sentiva che lavorava molto sulla parola. In seguito, con l’attacco di “Vieni! T’affretta!”, è cambiato tutto: qui Fridman ha trovato davvero energia, slancio e proiezione: la voce usciva più sicura, gli acuti erano taglienti e l’invocazione agli spiriti aveva una tensione quasi febbrile. Anche in “Or tutti sorgete” ha tenuto alta la carica, con ritmo preciso e una cabaletta dominata con grande controllo. Nel duetto del primo atto con Macbeth si è imposta subito: era lei a guidare la scena, anche vocalmente, con accenti incalzanti e un fraseggio che spingeva il partner all’azione. Si è fatta notare anche nel Finale del primo atto, dove riusciva a emergere bene sopra il coro senza perdere incisività. Nella scena e aria “Perché mi sfuggi?” ha mostrato invece il lato più insinuante del personaggio, lavorando su dinamiche più sottili e su un colore vocale più scuro. La scena del sonnambulismo l’ha costruita con incanto: niente effetti esagerati, ma un suono che si svuotava piano piano, con filati curati, una sensazione di crollo psicologico molto credibile e una presenza scenica quasi inquietante (in senso positivo, cioè riuscendo nell'intento).
Giovanni Sala, anche se ha una parte piuttosto breve, è riuscito comunque a lasciare un’impressione chiara, soprattutto nel quarto atto, dove Macduff diventa davvero importante sul piano drammatico. Nei primi due atti si vede poco: nel Finale del primo e del secondo atto è più una presenza dentro l’insieme che un personaggio in primo piano, ma la situazione cambia nel quarto atto. Nella scena e aria “O figli, o figli miei!” - “Ah, la paterna mano” ha dato il meglio: il timbro luminoso e la linea di canto pulita funzionavano molto bene nel lamento di Macduff. Non ha calcato la mano su effetti troppo veristi o strappalacrime, ma ha tenuto un fraseggio nobile e musicale; l’aria è uscita composta, sostenuta bene nel fiato, con un legato curato e accenti sinceri. Nella scena e nel coro successivi è rimasto su questa linea, integrandosi bene nel suono d’insieme senza sparire. Nell’"Inno di vittoria" si è fatto notare per slancio e chiarezza, contribuendo a dare energia alla chiusura dell’opera.
Maharram Huseynov (all'annuncio della stagione era previsto Ildebrando D’Arcangelo) ha affrontato Banco con serietà e senso dello stile, anche se la parte non è lunghissima. Nei pezzi d’insieme la sua presenza restava abbastanza contenuta e al servizio del quadro generale. Il momento decisivo era, ovviamente, l’aria “Come dal ciel precipita”: qui il basso ha offerto una lettura musicalmente corretta; il timbro scuro e compatto si adattava bene al carattere profetico del brano, la linea di canto era sostenuta con sicurezza e il fraseggio mostrava attenzione al lato più nobile e presago del personaggio. Nel complesso, l'esecuzione è risultata pulita, coerente e stilisticamente rispettosa di Verdi.
Un accenno va fatto anche alle altre numerose voci, con una parte da comparsa: la dama di Lady Macbeth, Chiara Polese, Malcolm, Riccardo Rados e il medico, Luca Dall'Amico. Altri ruoli, invece, sono affidati ad artisti della "Regio Ensemble", quali Eduardo Martínez, un domestico, Tyler Zimmerman, il sicario, e Daniel Umbelino, l'araldo.
La direzione di Riccardo Muti sembrava basata su un’idea molto precisa di Macbeth: meno spettacolo fine a se stesso e più attenzione al lato teatrale e drammatico. Anche dall’orchestra si capiva che voleva evitare, come dice lui, "zumpappà": per esempio, le trombe non avevano quasi mai un suono squillante, come invece si ha in varie esecuzioni, Il Preludio lo mostrava già bene, perché i tempi erano contenuti, atmosfera cupa ma non pesante, archi compatti e una costruzione che puntava più sulla tensione interna che sul tragico immediato. Anche nell’Introduzione con il coro delle streghe “Che faceste? dite su!” si sentiva questa linea: orchestra nervosa ma asciutta, coro preciso, quasi scolpito ritmicamente, senza effetti caricati. Nella stretta finale la concertazione funzionava molto bene, con un crescendo controllato e pulito. Il Finale del primo atto è stato uno dei momenti migliori della serata, nonché il climax dell'opera: qui Muti ha lasciato crescere davvero il suono, facendo esplodere l’insieme ma senza perdere chiarezza. Orchestra, coro e solisti erano incastrati alla perfezione e tutta la tensione accumulata trovava finalmente uno sfogo forte ma sempre disciplinato. Un altro punto molto riuscito, insieme al balletto del terzo atto, è stata tutta la sezione centrale di quell’atto. Nel coro iniziale e nell’incantesimo delle streghe si sentiva il lavoro sul colore orchestrale: legni molto presenti, archi scattanti, percussioni sempre controllate; il balletto, spesso omesso per esigenze di regia, qui aveva invece una sua struttura e respirava musicalmente, con l’orchestra elastica e attentissima anche al rapporto con il corpo di ballo, integrato davvero nella scena. Il coro, poi, ha avuto una prova molto solida: “Patria oppressa!” è stato probabilmente il momento corale più riuscito, con un fraseggio ampio, dinamiche ben gestite e una tristezza composta, senza retorica. Nel finale del quarto atto la concertazione ha ritrovato slancio ed energia: le masse si muovevano con sicurezza, l’orchestra sosteneva senza coprire e il coro restava compatto fino all’ultima battuta.
Il punto della serata che convinceva meno era la regia di Chiara Muti: interessante per atmosfera e immagine generale, ma non sempre precisa nelle scelte teatrali. Fin dall’inizio, la scena ricordava il film-opera di Claude D’Anna per Deutsche Grammophon: pietra scura, superfici rovinate, un impianto visivo suggestivo e coerente con il clima tragico. I problemi stavano più nei movimenti scenici e nel rapporto con quello che succede musicalmente: per esempio, quando il coro canta “S’allontanarono!”, Macbeth e Banco sono ancora lì in scena e se ne vanno verso il fondo senza un vero confronto con le streghe; si crea uno scollamento abbastanza evidente tra musica e azione. Ancora meno convincente l’ingresso di Lady Macbeth senza la lettura della lettera: è un dettaglio semplice ma fondamentale per capire subito il personaggio, perché vedere lei che parla e basta non rende molto. Sfortunato, poi, anche l’episodio nel Finale del primo atto: il velo che doveva cadere resta impigliato nella scenografia e a un certo punto entra una figura vestita di nero per sistemarlo; peccato che inciampa e per qualche secondo anche i protagonisti si girano. Molto più riuscita invece la morte di Banco, ucciso da scaglie di cristallo: poco realistica, ma visivamente forte e coerente con l’estetica simbolica dello spettacolo. Funzionavano bene anche il finale del secondo atto, buona parte del terzo (anche se il balletto sembrava davvero messo lì senza grande senso) e il quarto, dove la regia ritrovava una certa unità e più forza. Infine, da segnalare in positivo i costumi di Ursula Patzak, molto curati e perfettamente in linea con l’impianto visivo, eleganti senza essere decorativi.
Applausi per tutto il cast, con ovazioni per il coro, Fridman e Micheletti, e con applausi rumorosissimi per Muti. Peccato però che, nonostante lo spettacolo riuscito, a tratti l’atmosfera sia stata rovinata dal pubblico: quest'ultimo chiedeva in continuazione l'applauso, spesso a scena aperta e mentre la musica non era ancora finita. Dopo ho saputo che si trattava di una scolaresca di conservatorio, cosa che mi fa soprendere: dovrebbero essere i futuri musicisti, quando in realtà sono i primi che non sanno un bel niente di questo mondo.
★★★★☆
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