Foto di Bettina Stöss
Il concerto del 14 febbraio alla Philharmonie di Berlino metteva insieme due pezzi molto diversi tra loro: da una parte il luminoso concerto per pianoforte in Sol Maggiore di Maurice Ravel, dall’altra la Prima Sinfonia in Mi maggiore di Hans Rott, che è una vera e propria rarità. A guidare tutto c’era Paavo Järvi, con Lang Lang al pianoforte insieme ai Berliner Philharmoniker.
Il Concerto in Sol di Maurice Ravel unisce cose molto diverse: si sentono echi di Mozart, qualche atmosfera jazz e perfino richiami alla musica popolare basca; è un pezzo perfetto per far risaltare sia i colori dell’orchestra sia la bravura e la brillantezza del pianista. La Sinfonia di Hans Rott invece è un’opera giovanile ma enorme nelle ambizioni: dentro si percepisce chiaramente l’influenza di Anton Bruckner e, allo stesso tempo, certe idee che fanno già pensare a Gustav Mahler.
L’esecuzione del Concerto per pianoforte in sol maggiore di Maurice Ravel funzionava soprattutto per l’equilibrio tra brillantezza e precisione nei colori. Già dall’inizio del primo movimento si capiva che l’idea di Paavo Järvi era piuttosto energica: il tempo era un po’ più veloce del solito, cosa che si percepiva davvero solo dopo il primo grande culmine orchestrale. In questo contesto Lang Lang ha tirato fuori il lato più spettacolare ma anche più preciso del suo modo di suonare: attacchi nitidi, accenti chiari, passaggi difficili puliti e un pedale usato con attenzione, così che si sentissero bene i colori dei fiati. L’orchestra rispondeva con molta incisività, soprattutto negli ottoni e nei legni, creando quell’atmosfera un po’ jazzata e un po’ ironica tipica del pezzo. Il secondo movimento, l’Adagio assai, era il cuore emotivo dell’esecuzione. Lang Lang ha suonato la lunga melodia iniziale in modo molto disteso, senza esagerare con il sentimentalismo: il suono restava morbido ma controllato, con una linea continua che sembrava scorrere da sola. Järvi accompagnava con grande attenzione, tenendo l’orchestra su dinamiche contenute e lasciando spazio al pianoforte. I dialoghi con i legni, soprattutto oboe e clarinetto, erano ben bilanciati e davano al movimento un clima quasi da musica da camera. Nel terzo movimento, Presto, tornava invece l’energia pura. Qui Lang Lang ha puntato più sulla leggerezza e sulla precisione ritmica che sull’effetto vistoso: le figurazioni velocissime si sentivano sempre chiaramente e non diventavano mai confuse, e l’intesa con l’orchestra funzionava davvero bene. Järvi teneva un tempo vivace ma senza correre troppo, così il finale non sembrava una gara di velocità, ma restava chiaro nei contrasti e molto solido musicalmente. Alla fine dell'esecuzione, il pianista ci offre un bis: Consolazione N. 2 in Mi Maggiore di Liszt, reso con grande intensità e con impeccabile trasparenza.
Passiamo alla Sinfonia n. 1 in Mi Maggiore di Hans Rott: un pezzo poco conosciuto, che conosco grazie a un album pubblicato dalla Deutsche Grammophon nel 2022, con direttore Jakub Hrůša e con la Bamberger Symphoniker. Nel primo movimento, Alla breve, il tempo scelto era, in effetti, più sostenuto rispetto a molte esecuzioni di riferimento: all’inizio non si percepisce subito, perché l’introduzione mantiene una certa ampiezza; però subito dopo il primo climax, emerge chiaramente una tensione più continua, meno “bruckneriana” e più proiettata in avanti; questo ha dato al movimento un carattere meno contemplativo e più drammatico. Ottimo il lavoro degli ottoni: i corni erano molto compatti nel sostenere l’armonia, i tromboni solidi nei momenti più solenni e le trombe incisive ma mai in maniera spiccata. Nel secondo movimento, Sehr langsam, Järvi ha scelto una lettura molto concentrata, senza indulgere nel sentimentalismo, puntando piuttosto su una tensione lirica trattenuta. Gli archi fraseggiavano con grande cura: violini morbidi ma ben sostenuti, mentre i timpani avevano un ruolo importante nel dare profondità e nel segnare i momenti più drammatici. Nel terzo movimento, Scherzo: Frisch und lebhaft, il clima diventava molto più spiccato, con contrasti che facevano già pensare al mondo di Gustav Mahler. Molto riusciti i momenti quasi solistici del primo violino e della prima viola a metà movimento; il trio centrale, poi, aveva un bel senso di sospensione. Una cosa che mi ha sorpreso sono stati gli applausi alla fine del movimento: il pubblico di Berlino di solito è rigidissimo su queste cose, quindi il fatto che siano partiti spontaneamente fa capire quanto il pezzo fosse poco conosciuto e poco eseguito; lo stesso Järvi sembrava colto di sorpresa. Nel quarto movimento, Sehr langsam – bewegt, il finale era costruito con grande senso della forma: il maestro evitava effetti troppo enfatici e preferiva una crescita graduale, così da far emergere i richiami tematici e quella specie di dimensione “profetica” della musica di Hans Rott. Gli archi lavoravano bene nel creare continuità, mentre i fiati davano colore senza appesantire. Nella coda conclusiva l’orchestra trovava un suono ampio ma non retorico, lasciando una sensazione di chiusura solenne ma sincera, più luminosa che trionfale.
Lang Lang, di ritorno dalla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, in questo concerto si è sentito subito per quanto fosse preciso nel controllo del suono: nei passaggi veloci ogni nota arrivava chiara, senza confusione, mentre nei momenti più lirici lasciava respirare la melodia e puntava molto sulla cantabilità. L’Adagio assai, in particolare, gli è venuto fuori molto equilibrato, senza smancerie ma con una tensione interna che si sentiva. Il suo tocco cambiava con naturalezza: più netto e incisivo quando serviva slancio, più morbido e rotondo nelle parti intime.
La lettura di Paavo Järvi era molto attenta ai colori dell’orchestra e al lato più lirico dei due compositori. Nei movimenti veloci del concerto di Maurice Ravel ha puntato soprattutto su energia e brillantezza, lasciando al pianista spazio per mettersi in mostra, mentre nel secondo movimento ha tenuto tutto molto controllato, così che la tensione del pezzo venisse fuori senza bisogno di forzare. Nella sinfonia di Hans Rott, invece, ha costruito il discorso con calma, facendo sentire bene i dialoghi tra archi e fiati e mettendo in evidenza quei cambi armonici un po’ sorprendenti che rendono la musica così interessante. I Berliner Philharmoniker hanno risposto con grande precisione e con un gran numerp di sfumature di suono. L’equilibrio tra orchestra e pianoforte funzionava quasi sempre molto bene: le percussioni e i fiati si sentivano chiaramente quando serviva, senza coprire, e gli archi riuscivano a sostenere le linee più cantabili con un suono morbido e continuo.
Il pubblico berlinese ha reagito con entusiasmo: veri e propri applausi calorosi alla fine del concerto. Il bis di Lang Lang, poi, ha raccolto numerosi assensi e chiuso la sua serata su una nota malinconica ma convinta.
Järvi tornerà in Italia nell'ambito della stagione della Filarmonica della Scala: il maestro, a maggio, dirigerà il Concerto per violino e orchestra in Re Maggiore di Korngold (solista: María Dueñas) e la Sinfonia N. 5 in Mi Minore di Tchaikovsky.
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