La serata del 31 gennaio al Teatro San Carlo è ormai una tradizione: due anni fa con I Vespri Siciliani, l'anno scorso con Don Carlo, quest'anno con Nabucco. Sebbene la regia sia quella nuova di Andreas Homoki, al debutto qui a Napoli e già al centro di contestazioni alla prima del 18 gennaio, il livello della rappresentazione si è alzato rispetto alle edizioni recenti, soprattutto per la qualità delle voci e per la direzione d’orchestra.
Nabucco, dramma lirico in quattro parti su libretto di Temistocle Solera, è l’opera che lanciò Verdi al grande pubblico dopo la prima alla Scala nel 1842: è ormai risaputa la storia che il compositore dopo le sue prime due opere, Oberto, conte di San Bonifacio e Un giorno di regno, aveva dichiarato di non voler comporre più. Verdi, ancora profondamente segnato dal lutto familiare, aveva accantonato il libretto senza neppure aprirlo. Accadde però che una sera, nel tentativo di spostarlo, questo gli scivolasse di mano e si aprisse casualmente proprio sulle pagine del "Va, pensiero": la lettura di quei versi lo colpì. Tornato a letto, non riuscì a dormire: si rialzò, rilesse più volte il testo e, poco a poco, iniziò a dargli musica. Una volta composto il famoso coro, trovò finalmente la forza e la motivazione per affrontare l’intero libretto e portarlo a compimento.
Per quanto riguarda le prestazioni vocali, il protagonista indiscusso della serata è stato Ludovic Tézier, al debutto come Nabucco. La sua interpretazione si distingue per equilibrio, solidità vocale e intensità drammatica. Già nel finale della prima parte si impone con una voce autorevole e un fraseggio chiaro, capace di rendere la regalità del personaggio senza scivolare nell’enfasi eccessiva. La sua voce, piena e compatta, segue bene l’evoluzione psicologica di Nabucco, mettendo in luce il conflitto interiore che cresce scena dopo scena. Un momento particolarmente riuscito è il duetto con Abigaille, “Donna, chi sei?”, dove Tézier non punta solo sulla potenza, ma costruisce la tensione con accenti precisi e un dialogo attentissimo con Marina Rebeka e con l’orchestra. Il contrasto tra i due personaggi risulta così vivo e credibile, ben oltre il semplice impatto sonoro. Nella quarta parte, soprattutto in “Son pur queste mie membra!...” e in “Dio di Giuda”, Tézier mostra un lato più intimo e raccolto del personaggio, con un canto solenne ma mai forzato, sostenuto da una grande profondità espressiva. Infine, in “O prodi miei”, riesce a ritrovare slancio ed energia dopo i momenti più introspettivi, affrontando la cabaletta con precisione e intenzione, anche se l’orchestra non sempre riesce a emergere con la stessa forza.
Subito dopo Nabucco, il ruolo più impegnativo è quello di Abigaille, affidato a Marina Rebeka, anche lei al debutto in questa parte. La sua prova è stata complessivamente di grande impatto, confermando quanto questo personaggio sia tra i più difficili e temibili del repertorio verdiano. Già nel duetto con Fenena e Ismaele, a metà della prima parte, Rebeka mette in mostra una notevole sicurezza tecnica, affrontando senza esitazioni salti, agilità e passaggi di registro, con acuti brillanti e un centro ben sostenuto. Nella scena e aria della seconda parte, “Ben io t’invenni, o fatal scritto!” e “Anch’io dischiuso un giorno”, riesce a unire virtuosismo e controllo espressivo, mantenendo una linea di canto pulita e musicale, senza mai risultare eccessiva. Nel duetto con Nabucco il confronto con Tézier è intenso anche sul piano psicologico: Rebeka risponde alla sua autorità con una vocalità energica e determinata, sostenuta da un fraseggio attento e da una gestione sicura dei diversi registri. Nel finale della quarta parte, infine, la scena della morte di Abigaille è uno dei momenti più toccanti: il canto si fa più trattenuto e doloroso, la voce perde volutamente aggressività per lasciare spazio a un’espressività più fragile, restituendo un personaggio finalmente umano, lontano dalla furia iniziale e capace di chiudere il suo percorso drammatico con vera intensità emotiva.
Un ruolo altrettanto centrale, ma anche tra i più complessi dell’opera, è quello di Zaccaria, affidato a Michele Pertusi. La sua interpretazione è risultata solida e convincente, sia dal punto di vista tecnico sia da quello stilistico, grazie a una voce robusta e a un fraseggio sempre curato. In “Sperate, o figli”, la cavatina subito dopo il coro d’introduzione, Pertusi si impone fin da subito con una linea di canto sicura e ben controllata, sostenuta da un timbro pieno e da un fraseggio compatto, che dà subito autorevolezza al personaggio. Nella preghiera “Vieni, o levita!...” la sua voce resta sempre ben proiettata ed equilibrata, mettendo in luce la nobiltà di Zaccaria senza ricorrere a effetti drammatici eccessivi o forzati. In “Oh chi piange?”, nella profezia e nel finale della terza parte, Pertusi conferma ancora una volta la solidità della sua vocalità: il canto è ricco di colore e saldo nell’emissione, con una pronuncia chiara e un accento solenne ma mai pesante. Anche nelle note più gravi la voce rimane omogenea, dando continuità alla frase musicale e sostenendo con autorevolezza l’insieme vocale e orchestrale.
Piero Pretti, nel ruolo di Ismaele, ha proposto un’interpretazione solida e ben centrata, riuscendo a dare il giusto peso a una parte breve ma tutt’altro che secondaria. Nel duetto con Abigaille e Fenena la sua voce tenorile colpisce per chiarezza e buona proiezione, mantenendo un canto scorrevole e ben sostenuto anche nei momenti più concitati. In “Il maledetto non ha fratelli” (coro dei Leviti), Pretti si fa notare con discrezione ma con grande precisione, inserendosi in modo efficace nel tessuto corale senza perdere definizione timbrica. Nel complesso, la sua prova convince soprattutto per l’affidabilità vocale e per un fraseggio equilibrato, che contribuisce alla compattezza e alla riuscita delle scene d’insieme.
Cassandre Berthon, nel ruolo di Fenena, si è trovata ad affrontare una parte piuttosto breve, concentrata soprattutto nel quarto atto con la preghiera “Oh dischiuso è il firmamento!”: tuttavia, la sua interpretazione non ha per niente convinto. La linea di canto è sembrata poco stabile, con un’emissione incerta e un fraseggio che faticava a trovare continuità ed espressività. La preghiera, che richiede semplicità, controllo e una certa interiorità, non è riuscita a toccare davvero il pubblico come dovrebbe, ma è stata eseguita in maniera forzata e insicura. Al momento degli applausi finali, ha ricevuto anche qualche dissenso.
Ricordo anche i personaggi di contorno, tutti ben delineati: l’Anna di Caterina Marchesini, il Gran Sacerdote di Lorenzo Mazzucchelli e Abdallo interpretato da Francesco Domenico Doto, ex allievo dell’Accademia del Teatro di San Carlo.
Passiamo ora a Riccardo Frizza, che ha già diretto il Nabucco per altre occasioni (come per il DVD dal Teatro Carlo Felice di Genova con la regia di Jonathan Miller), e che questa conoscenza della partitura la si è fatta notare subito: la Sinfonia si apre in modo solenne, ma meno spiccata del solito, con un carattere più trattenuto che davvero trionfale. Subito dopo, “Gli arredi festivi” mette in luce un coro eccellente, compatto e ricco di vitalità dinamica, uno dei punti forti della serata. Nel resto della prima parte l’orchestrazione resta attenta al colore verdiano e coerente nello stile, anche se verso la conclusione l’orchestra tende a coprire i solisti, rendendo più difficile l’emergere delle voci, le quali quasi non si sentono. Nella seconda parte il sostegno orchestrale ad Abigaille è invece molto efficace: Frizza accompagna l’aria con una presenza ben calibrata, dando spinta e tensione senza eccessi. Più anonima, ma comunque funzionale, la resa orchestrale nelle scene di Ismaele, dove l’orchestra rimane più in secondo piano, limitandosi a un accompagnamento corretto. Il terzo atto è determinato da due importanti cori: “È l’Assiria una regina” e soprattutto “Va’ pensiero” vengono eseguiti con decisione e intensità, tanto da suscitare insistenti richieste di bis, che il maestro sceglie però di non concedere. Nella quarta parte manca invece lo slancio orchestrale che rende “O prodi miei” memorabile in esecuzioni come quella di Muti del 1986, dove l’orchestra correva e il baritono si adattava: qui quell’impeto non c’è, e la cabaletta non risalta come potrebbe. Detto ciò, nel complesso si tratta di un’ottima esecuzione, soprattutto per il coro e per la coerenza del lavoro orchestrale.
La regia di Andreas Homoki resta l’elemento meno convincente dell’intera produzione: devo ancora capire come si possano concepire regie di questo tipo. Certamente rispetto ad altre regie di quest'opera, come quelle di Poda o di Bernard all’Arena di Verona, o ancora di Jean-Paul Scarpitta, questa finisce per risultare la meno peggio solo perché estremamente minimalista, e con dunque un margine di errore limitato. L'intera produzione si concerta su un grande parallelepipedo verde, che si muove avanti, indietro e lateralmente, ma che da solo non riesce a restituire quel senso di sacralità che è centrale in Nabucco. Chi vede l’opera per la prima volta si trova in difficoltà, costretto a scegliere se seguire il libretto o quello che accade in scena, perché regia e musica non dialogano davvero e, anzi, a tratti sembrano andare in direzioni opposte. Anche i costumi, seppur esteticamente belli e eleganti, non convincono fino in fondo: manca una vera coerenza con l’identità del popolo ebraico. Il caso più evidente è quello di Zaccaria, che dovrebbe essere il gran pontefice degli Ebrei, ma appare vestito come un borghese moderno, con cappello e abiti raffinati, senza alcun legame visivo con la comunità che guida. Sul piano dei movimenti scenici, la regia tenta di creare una continuità tra le quattro parti, come se fosse un film-opera, ma l’effetto finale è rigido e artificiale: alla fine di ogni parte i cantanti restano immobili a musica conclusa, per poi riprendere l’azione all’inizio della sezione successiva. Lo stesso meccanismo si ripete dopo l’intervallo, con gli interpreti fermi esattamente nella posizione in cui si era chiusa la seconda parte. Non mancano poi scelte discutibili, come l’ingresso del coro dopo l’aria di Abigaille, diviso tra chi canta e chi danza e che risulta fuori contesto e anche poco gradevole dal punto di vista estetico.
Alla fine dell'esecuzione, applausi per tutti gli interpreti (tranne, come detto prima, per Cassandre Berthon), con ovazioni per Rebeka e Tézier e vari richiami per tutti gli artisti.
★★★★½
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