Foto di Lena Laine
Divenire e trapassare: con questo titolo ideale si presentava al pubblico berlinese il programma del debutto di Petr Popelka alla testa dei Berliner Philharmoniker, una serata costruita su due poli emotivi opposti (la morte e la memoria da una parte, la rinascita primaverile dall’altra) con Gil Shaham ospite solista.
La scaletta alternava atmosfere scure e luminose: apertura con The Wood Dove di Antonín Dvořák, quindi il Concerto per violino di Alban Berg con Gil Shaham, e in chiusura la Sinfonia N. 1 “Primavera” di Robert Schumann. Una scelta che giustapponeva narrazione morale e dolore privato con un inno alla rinascita: un arco tematico che ha dato unità alla serata.
Il primo brano, dunque, The Wood Dove, si è rivelato una scoperta piacevole: la marcia funebre iniziale e le immagini liriche successive sono state rese con colori orchestrali molto ben calibrati. Popelka ha saputo evidenziare la drammaticità narrativa del brano senza scadere nel manierismo, lasciando che le frasi assumessero peso narrativo ma anche chiarezza formale.
Per quanto riguarda il Concerto per violino di Alban Berg, Gil Shaham ha affrontato la parte solistica con un approccio che rifuggiva ogni compiacimento espressivo, privilegiando invece una cantabilità sobria e profondamente umana. Nel primo movimento, la linea del violino emergeva dall’orchestra con naturalezza, quasi come un prolungamento del tessuto orchestrale: Shaham ha reso con grande sensibilità quel carattere di fioritura fragile e luminosa che Berg associa alla figura di Manon Gropius, alternando momenti di levità quasi infantile a improvvise ombre. Nel secondo movimento, il passaggio dalla violenza della catastrofe alla dimensione della trasfigurazione è stato costruito con impressionante coerenza narrativa. L’accordo fortissimo che segna lo strappo drammatico non è stato esasperato, ma inserito in un disegno più ampio, in cui Popelka ha saputo equilibrare tensione e chiarezza timbrica.
La Sinfonia N. 1 di Robert Schumann ha offerto, nella seconda parte del concerto, un contrasto netto con la prima parte della serata: Popelka ha scelto una lettura dinamica, scorrevole, lontana da ogni pesantezza romantica, mettendo in risalto il carattere di slancio vitale che anima l’opera. Il celebre incipit fanfareggiante del primo movimento è stato presentato con energia luminosa, ma senza spiccare, come se fossero delle vere note di rinascita, dunque seguendo il filo del concerto. L’orchestra ha risposto con compattezza, e il discorso sinfonico si è sviluppato con una tensione sempre viva, sostenuta da tempi piuttosto sostenuti ma mai affrettati. Nel secondo movimento, Popelka ha privilegiato un lirismo controllato, evitando eccessi di sentimentalismo. Gli archi dei Berliner Philharmoniker hanno cantato con morbidezza, mentre i fiati hanno dialogato con eleganza, creando un clima di intima serenità. Il terzo movimento ha mostrato un equilibrio riuscito tra leggerezza e profondità, con un andamento danzante ma mai superficiale, preparatorio al finale. Quest’ultimo è esploso come una riaffermazione gioiosa del tema del “nuovo inizio”, con un’orchestra brillante, capace di restituire l’entusiasmo primaverile senza perdere precisione e trasparenza.
Gil Shaham ha offerto un violino di rara eleganza: suono fantastico, fraseggio naturale e una varietà di colori che andavano dal sussurro più intimo all’acuto luminoso ma mai stridulo. In Berg la sua capacità di passare dal gioco celeste alle pagine più dolorose è stata il vero punto di forza; l’equilibrio con l’orchestra è stato raggiunto costantemente, e la scelta di concedere un bis, il quarto movimento dalla Partita N. 1 di Bach, ha chiuso la sua parte mettendo in luce la purezza timbrica e il controllo barocco del fraseggio.
Per un debutto con i Berliner, Popelka ha mostrato uno stile di direzione misurato e assai “chiarista”: tempi spesso rapidi ma sempre funzionali al respiro della frase, attenzione alle dinamiche e una cura notevole per i piani sonori e le trasparenze orchestrali. L’orchestrazione è stata sfruttata in modo intelligente: i fiati hanno brillato nei passaggi descrittivi, gli archi hanno saputo alternare calore e nervatura ritmica, e le sezioni più dense non hanno mai coperto il solista.
Il pubblico ha accolto il maestro con lunghi applausi, non scroscianti, ma contenuti. Al termine del Concerto di Berg, una standing ovation ha sollecitato il bis di Shaham, il quale, dopo che è entrato tre volte a prendere gli applausi, alla fine lo concede. Anche Popelka è tornato sul podio più volte, caratteristica non scontata per un debutto. Complessivamente, dunque, una serata ben riuscita.
Sia Popelka che Shaham torneranno quest'anno in Italia nell'ambito della stagione concertistica dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia: il maestro austriaco il prossimo mese dirigerà musiche di Martinů, Gershwin, Tchaikovsky e Stravinsky (pianoforte: Hélène Grimaud); Gil Shaham, invece, interpreterà il concerto per violino e orchestra N. 7 di Alexey Shor (prima esecuzione italiana) con direttore Daniel Harding.
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