Foto di Michele Crosera
Il Concerto di Capodanno 2026 al Teatro La Fenice, diretto da Michele Mariotti con Rosa Feola e Jonathan Tetelman come solisti, si è presentato come un piccolo mutamento di rotta rispetto alla formula da tutti utilizzata: se di norma la prima parte è riservata al sinfonismo “da concerto” e la seconda alle celebri pagine del melodramma pensate per la diretta televisiva, quest’anno Mariotti ha deciso di unificare il discorso intorno al repertorio lirico italiano. la prima parte ha quindi raccolto sinfonie e intermezzi tratti dal melodramma ottocentesco; la seconda ha visto l’ingresso del coro e dei solisti per le pagine più note, con un passaggio netto dall’orchestrale al vocale che ha dato all’intera serata un senso di continuità drammaturgica.
Il concerto ha coinvolto maestro, orchestrali e coro anche per un gesto di protesta silenziosa, infatti hanno indossato una spilla che ritraeva una chiave di violino con un cuore al centro: tutto ciò contro la nomina della Venezi. Un gesto che inizialmente mi è passato inosservato, scambiato per una semplice spilla utilizzata anche durante gli altri capodanni, ma che in realtà racchiudeva un significato ben più forte e consapevole, diventando una forma di protesta silenziosa e condivisa, capace di parlare senza parole e di imprimere alla serata un valore simbolico che andava oltre la musica.
La prima parte è stata aperta dalla sinfonia della Semiramide di Rossini, eseguita con quella tensione controllata che caratterizza la lettura di Mariotti: frase iniziale sostenuta, poi accelerazione verso il finale con violini che corrono e piatti molto presenti in un climax scintillante. La Sinfonia da Norma di Bellini, invece, fin dall'inizio ha mostrato un equilibrio fra solennità e slancio; anche qui i timpani e i piatti hanno partecipato in modo incisivo, contribuendo a una lettura meno proposta ma più bella del solito. L’intermezzo da Guglielmo Ratcliff di Mascagni, pagina poco conosciuta, ha offerto un momento sospeso, con gli archi che tessono un ordito melodico pacato e i legni a tratteggiare i contorni onirici; Mariotti non si è lasciato tentare dall’effetto facile, puntando invece su chiarezza timbrica e senso della forma. La tregenda da La Villi di Puccini è stata resa con un suono gelido, rendendo il carattere spettrale del pezzo; il brano ha funzionato come ponte verso la sensibilità post-romantica dell’orchestra. La sinfonia del Don Pasquale di Donizetti è stata brillante, briosa, giocata sul contrasto dinamico e sull'ironia che la pagina richiede. La sinfonia da I Vespri siciliani di Verdi ha chiuso la prima parte con ampiezza e accenti quasi sinfonici, rimarcando quanto l’orchestrazione verdiana possa assumere valori autonomi e drammatici anche fuori dal palcoscenico.
La seconda parte ha ripreso il clima della prima parte, introducendo coro e solisti. Si comincia con “Feste! Pane! Feste!” da La Gioconda di Ponchielli: il brano è stata reso con slancio corale e con una cura per gli accenti festosi non indifferente, introducendo quello che è il clima di festività e che dovrebbe stare al centro de concerto. La Barcarola da Silvano di Mascagni ha rappresentato il raro inserto di ricercatezza del programma: frase cantabile, ondeggiamento dolce e un’eleganza orchestrale che ha messo in risalto la tavolozza timbrica dell’orchestra. "Sombre forêt" dalla versione francese del Guillaume Tell di Rossini, scelta meno usuale rispetto alla versione italiana, ha offerto un momento di intimità e di colore francese che Rosa Feola ha sfruttato per modulare il fraseggio con sfumature scure. "Cielo e mar" da La Gioconda ha giocato invece sul contrasto fra ampiezza vocale e accompagnamento lirico. Il coro a bocca chiusa da Madama Butterfly, invece, è riuscito a creare la sospensione richiesta dalla scena; "O soave fanciulla" da La bohème è stato affidato a Feola e Tetelman come momento di contagio lirico: equilibrio tra tono sdrucciolevole della melodia e teatralità, con addirittura i due cantanti che escono di scena per le note finali. L’intermezzo di Cavalleria rusticana è stato sfolgorante e "cinematografico": come spesso accade, è stato deciso di affiancare al brano una coreografia per un balletto; la mia opinione è che questa scena ha lasciato qualche perplessità estetica, perché il gesto coreografico sembrava aggiunto più per l’effetto visivo che per esigenze musicali, difatti il balletto serviva solo per non far vedere l'orchestra perché poteva risultare noioso. "Nessun dorma" da Turandot, eseguito con grande energia, ha sollevato il pubblico ma ha mostrato anche qualche piccola imperfezione di dizione nella resa del finale; non tanto un difetto tecnico grave, quanto la difficoltà di conciliare tutta la potenza con la chiarezza vocalica nelle frasi più acute. "Casta diva" da Norma è stata consegnata al pubblico con cura del legato e scelte ornamentali mai distraenti. La serata si è chiusa con i tradizionali bis di Verdi: "Va, pensiero" ha avuto la solennità che meritava e "Libiamo ne' lieti calici" è tornato a essere il brindisi obbligato per il bis finale.
Rosa Feola ha confermato la sua fama di soprano nazionale capace di modulare il fraseggio con gusto teatrale; il suo timbro chiaro e la precisione nella linea di canto hanno reso "Casta diva" e le pagine rossiniane rispettose delle attese, con un controllo dell’emissione che le ha permesso di passare dai pianissimi alle aperture con naturalezza. sebbene alcune frasi più acuminate avessero bisogno di un sostegno più massiccio, la sua lettura è stata complessivamente raffinata e attenta al testo.
Jonathan Tetelman si è mostrato tenore dal fraseggio virile e dall’emissione sicura: nei duetti ha costruito un gioco di frase che ha dialogato con Feola, cercando la rotondità più che il virtuosismo fine a sé stesso. "Nessun dorma" gli ha dato spazio per dimostrare presenza scenica e potenza, anche se in alcuni passaggi la resa della vocale finale ha sacrificato un po’ di finezza di dizione all’urgenza del gesto emotivo. nel complesso la personalità vocale è risultata coerente con il programma e con l’alchimia con la soprano.
La direzione di Michele Mariotti e l’orchestrazione dell’ensemble hanno costituito il filo conduttore che ha tenuto insieme le due parti. Mariotti ha evitato la routine: la sua bacchetta è stata attenta alle dinamiche interne, alle cesure drammatiche e al fraseggio vocale; quando serviva, ha reso l’orchestra capace di colori impressionisti, e quando serviva, l’ha fatta cantare come se fosse un coro di voci. la scelta di privilegiare coerenza teatrale piuttosto che cronologia storica ha dato al concerto una linea davvero riconoscibile; la sola pecca, se ce n’è una, è il rischio di omogeneità: alcune pagine avrebbero guadagnato da scarti timbrici più netti, ma nel complesso l’orchestra ha risposto con precisione e compattezza.
Gli applausi sono stati lunghi e convinti: il pubblico ha tributato alla fine una risposta calorosa che si è protratta per diversi minuti. Mariotti poi è salito al podio per ringraziare gli orchestrali e il coro, per più eseguire il Brindisi. Il fenomeno degli applausi prolungati è stato registrato anche dalla stampa, che parla di una prova accolta con entusiasmo.
In sintesi, pur conservando qualche elemento dovuto alla tradizione spettacolare (coreografie registrate e qualche inserto di immagine che a tratti appariva di troppo), l’edizione 2026 è riuscita a ritrovare una coerenza di progetto nel dedicare la serata al melodramma italiano e a restituire al pubblico una lettura musicale curata e sensibile.
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