31.12.2025 - New Year's Eve Concert 2025 - Philharmonie Berlin (Digital Concert Hall)

Pubblicato il 1 gennaio 2026 alle ore 21:07

Foto di Monika Rittershaus

Il New Year’s Eve Concert 2025 diretto da Kirill Petrenko con Benjamin Bernheim e i Berliner Philharmoniker ha offerto una serata costruita su un contrasto intenzionale: il sentimento della grande aria lirica alternato all’euforia orchestrale delle rapsodie spagnole e dei brani americani. Petrenko ha confermato la sua idea che anche un programma festivo debba seguire, in linea di massima, un tema: qui il filo conduttore è stato l’amore nelle sue forme più drammatiche e poi la sua riscossa attraverso colori orchestrali solari. Il percorso si collega chiaramente ai suoi precedenti Capodanno: il 2019 lo aveva visto protagonista di un concerto con una clima americano, il 2020, nonostante l'assenza del pubblico, ha visto omaggiare Beethoven e la musica spagnola, il 2021 fu segnato dall’improvvisa sostituzione con Lahav Shani a causa di un acuto mal di schiena del maestro, mentre nel 2022, 2023 e 2024 Petrenko ha progressivamente accentuato l'opera lirica, con il 2022 che ha visto protagonista Kaufmann e la musica italiana, il 2023  il fulcro del concerto è Wagner e il 2024 accentuato sulla musica tedesca, sia sinfonica che operistica.

In origine il programma annunciato privilegiava una successione più netta di grandi pagine russe e francesi, ma è stato poi ritoccato: la versione effettivamente eseguita ha inserito la Sicilienne di Fauré e riorganizzato l’ordine per alternare arie solistiche e pezzi orchestrali. 

L’apertura del concerto è affidata alla Polonaise dall’Eugene Onegin, ha subito imposto un clima brillante: le trombe annunciano la festa, ma Petrenko ne complica il profilo con un gioco dinamico ambiguo, quasi spiazzante, in cui alcuni piani sonori risultano volutamente rovesciati rispetto alla tradizione. È un Tchaikovsky diverso, diverso dalle esecuzioni che si ascoltato normalmente, non monumentale ma inquieto, e che prepara bene il passaggio all’Introduzione e all'aria celebre “Kuda, kuda vï udalilis”, dove l’ingresso di Benjamin Bernheim avviene con naturalezza, come se la voce emergesse direttamente dal tessuto orchestrale. L’aria di Lenskij diventa così un momento di sospensione lirica, trattenuta, più elegiaca che disperata. La Sicilienne dal Pelléas et Mélisande di Fauré funziona come un delicato intermezzo emotivo: il flauto di Emmanuel Pahud disegna una linea morbida e cantabile, sostenuta da un’orchestra che respira con lui, creando un’atmosfera intima e palpitante. Da qui si passa senza fratture all’aria dal Roméo et Juliette di Gounod, dove Bernheim mette in mostra un fraseggio elegantissimo, fatto di mezzevoci e di slanci controllati; l’amore è ancora luminoso, privo di ombre tragiche, e l’orchestra accompagna con discrezione, lasciando spazio alla parola cantata. Il ritorno a Tchaikovsky con la Fantasy Overture Romeo and Juliet segna uno dei punti centrali della serata: qui Petrenko sembra muoversi con una confidenza particolare: la direzione è più intensa, più partecipe, con archi che nei climax emergono in modo deciso, mentre le percussioni restano sorprendentemente defilate. Il grande tema d’amore conserva tutta la sua forza, pur senza indulgere in effetti eccessivamente enfatici. Con Massenet si entra in un altro clima ancora. Il Preludio del Werther, lontano da ogni retorica italiana, viene reso come una pagina ambigua, quasi sospesa; e quando arriva “Pourquoi me réveiller?”, l’orchestra assume un colore particolare, meno disperato e più malinconico, con un andamento che in alcuni punti ricorda per compattezza e solennità un passo marziale. Su questo sfondo Bernheim costruisce una delle sue interpretazioni più convincenti, dosando emozione e controllo fino a una chiusura di grande efficacia. La tensione drammatica viene poi sciolta dalla Farandole da L’Arlésienne, eseguita con energia travolgente e una corsa finale mozzafiato, che restituisce all’orchestra il ruolo di protagonista assoluta. Subito dopo, con la Canzone del fiore dalla Carmen, si torna alla voce: Bernheim scolpisce un Don José lirico e seducente, mai gridato, con un timbro caldo e una linea di canto sempre sorvegliata. Si continua con España di Chabrier e la Cuban Overture di Gershwin, i quali rappresentano il lato più esplicitamente festivo del concerto: Petrenko sceglie tempi piuttosto rapidi, soprattutto in Chabrier, privilegiando la brillantezza e l’impulso ritmico rispetto alla cura del dettaglio coloristico. Gershwin chiude la serata con un’energia contagiosa, tra ritmi caraibici e accensioni degli ottoni, offrendo una fuga ideale dall’inverno berlinese.

Il bis sposta di nuovo l’asse emotivo: “E lucevan le stelle” di Puccini sorprende proprio perché fuori programma e fuori contesto. La dizione italiana non è impeccabile, ma l’intensità espressiva compensa ampiamente, trasformando l’aria in un momento di sincera partecipazione emotiva. Dopo un breve discorso di Petrenko, da me poco comprensibile perché in tedesco, la serata si chiude definitivamente con l’Ouverture della Carmen, proposta in una lettura leggera e scorrevole, anche se avrei desiderato percussioni più incisive.

L’interpretazione generale di Benjamin Bernheim è stata il vero cuore della serata. Voce di bellezza riconoscibile, timbro vellutato, gestione del fiato ed eleganza di fraseggio lo hanno confermato come uno dei tenori più interessanti del momento. Le note alte sono state salde, le mezzevoci delicatissime; l’unico appunto riguarda una dizione non sempre perfetta soprattutto nel bis, dove la resa di alcune parole è risultata meno nitida. 

La direzione di Petrenko e l’orchestrazione complessiva hanno mostrato molti dei tratti che il pubblico si aspetta: cura dell’architettura sonora, profonde discese dinamiche, con archi spesso in primo piano e una grande attenzione al fraseggio collettivo. Queste scelte premiano la leggerezza timbrica e la chiarezza delle linee melodiche, ma lasciano qualche domanda sulla gestione della percussione e su alcune dinamiche “rovesciate” che possono sorprendere l’ascoltatore abituato a letture più tradizionali. L’equilibrio tra solista e orchestra è stato quasi sempre esemplare, a dimostrazione della sintonia tra direttore e Philharmoniker.

Gli applausi sono stati calorosi e ripetuti: ogni aria solistica ha raccolto forti applausi, a cui bisogna aggiungere un ulteriore entusiasmo alla fine di pezzi come Farandole e España. Il bis ha scatenato l’affetto del pubblico, mentre il breve discorso di Petrenko ha chiuso ufficialmente la serata prima dell’uscita d’uscita finale con l’Ouverture di Carmen che ha salutato la platea con la sua energia più nota.

In sintesi: un New Year’s Eve che ha funzionato perché ha saputo coniugare cuore e festa senza rinunciare a una coerenza tematica. Bernheim è stato il protagonista vocale indiscusso e i Berliner Philharmoniker hanno offerto un’orchestrazione lucida e spesso toccante sotto la bacchetta di Petrenko, il quale continua a proporre letture personali e non banali. 

Informazioni riguardanti il prossimo New Year's Eve Concerti si sapranno quando verrà annunciata la nuova stagione a maggio.

★★★★½


Crea il tuo sito web con Webador