13.12.2025 - Tugan Sokhiev e l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Pubblicato il 16 dicembre 2025 alle ore 20:10

Dopo un'entusiasmante Partenope il giorno prima, sabato mi ritrovo a Roma a camminare per la città. Prima di dirigermi verso l’Auditorium, ho fatto una tappa quasi rituale a Campo de’ Fiori, andando a salutare il mio caro Giordano Bruno, che tanto mi piace e di cui mi sono acora più appassionato grazie alla lezione di Aldo Cazzullo.

La serata si è aperta con la Choral Fantasy di Beethoven, spesso considerata una sorta di laboratorio che anticipa idee e soluzioni della Nona Sinfonia. È un brano che vive di contrasti e di equilibri delicati, mettendo in dialogo pianoforte, orchestra, coro e solisti in una costruzione progressiva che dal gesto individuale arriva alla celebrazione collettiva. In questa esecuzione, la componente interpretativa ha avuto un ruolo decisivo: il pianista si è dimostrato all’altezza della scrittura beethoveniana, con sicurezza tecnica e una brillantezza capace di sostenere l’intera architettura iniziale senza perdere cantabilità. Le parti soliste sono state altrettanto convincenti, non solo per qualità vocale ma anche per l’attenzione alla parola: il fatto che fossero tutti italiani e che abbiano cantato un tedesco così naturale è stato un valore aggiunto evidente; il coro dell’Accademia, pur chiamato a un intervento relativamente breve, ha dunque mostrato compattezza e precisione, confermando ancora una volta il suo livello. Già qui si nota la direzione che distingue Tugan Sokhiev da qualsiasi altro maestro. Nonostante io abbia sempre guardato con una certa diffidenza alla direzione senza bacchetta, in questa occasione mi sono dovuto ricredere: Sokhiev è apparso precisissimo, con un gesto chiaro, e con anche un certo movimento sul podio, guidando egregiamente non solo l'orchestra (e a tratti il solista), ma anche i singoli solisti e il coro. Nella Fantasia corale ha saputo tenere insieme le diverse anime del brano, garantendo coesione e slancio senza mai perdere il controllo del dettaglio.

La seconda parte del concerto era dedicata a Bruckner, con una sinfonia che considero, a mio parere, la meno proposta e la meno conosciuta del compositore. Il fatto che a Santa Cecilia sia stata eseguita pochissime volte (1962, 1971, 1980 e 2013) mi aveva inizialmente sorpreso; leggendo questi dati prima del concerto mi chiedevo sinceramente il perché di una tale rarità. Forse, dopo l’ascolto, una risposta l’ho trovata. La sinfonia, infatti, è in sé molto bella, ma anche oggettivamente difficile da seguire, soprattutto nella sua prima edizione. L’edizione del 1889, proposta in questa serata, risulta certamente più accesa e comunicativa, ma conserva comunque momenti che richiedono grande attenzione da parte dell’ascoltatore, come, esempio chiarissimo, durante il secondo movimento. Anche qui, però, Sokhiev e l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia hanno offerto una prova di grande livello. La direzione, punto clou dell'esecuzione, è rimasta precisa e sorvegliata, con particolare cura nel mettere in evidenza snodi fondamentali del primo e del terzo movimento, che sono risultati i più convincenti della serata. Il secondo movimento, come già accennato, mi è parso più incerto e meno coinvolgente rispetto al resto della sinfonia. Il quarto movimento, al contrario, è stato un finale molto riuscito: cantabile, diretto, quasi ingenuo nella sua semplicità, ma proprio per questo efficace e capace di lasciare un’impressione positiva e distesa.

Al termine del concerto, la risposta del pubblico è stata calorosa. Lunghi applausi hanno salutato il maestro e l’orchestra, fino al consueto rito conclusivo con il richiamo degli orchestrali che ha riportato Sokhiev sul palco, a raccogliere personalmente l’ovazione della sala.

★★★★½


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