07.12.2025 - Sostakovich: Una Lady Macbeth nel distretto di Mcensk - Teatro alla Scala (Rai1)

Pubblicato il 8 dicembre 2025 alle ore 12:20

La Prima alla Scala 2025 è stata, come sempre, prima di tutto un evento...

La serata si è aperta in un clima molto teso per quanto accadeva all’esterno del teatro, con proteste e cordoni di sicurezza che hanno inevitabilmente segnato l’atmosfera dell’ingresso del pubblico. Dentro però l’attenzione è tornata subito alla musica. E per mettere un freno subito alle solite critiche – quelle del “se non l’hai sentita tutta dal vivo non puoi recensire” – va detto che io tengo conto degli strumenti usati per la ripresa televisiva, i quali amplificano e normalizzano le voci, e questo rende impossibile valutare alcuni aspetti come accadrebbero nella sala.

Il cast, quasi interamente russo o russofono, è stata una scelta che più logica non si può: non si tratta solo di lingua, ma di stile, di tradizione interpretativa, di familiarità con un’opera che tutti questi cantanti hanno macinato più volte. Il risultato è stato evidente, soprattutto in Sara Jakubiak, protagonista quasi ininterrotta dei quattro atti. Il ruolo di Caterina è una maratona vocale e fisica: richiede resistenza, presenza scenica continua, un controllo assoluto su una scrittura piena di salti scomodi, intervalli ingrati e un registro centrale da sostenere con autorità. Jakubiak ha dominato tutto questo con la naturalezza di una voce drammatica solida, con acuti sicuri e una linea vocale resistente, sempre ben proiettata. Dal punto di vista teatrale, si è mossa benissimo ed è riuscita a tratteggiare una Katerina complessa, credibile, mai caricata.

Najmiddin Mavlyanov, nei panni di Sergej, è risultato efficace pur in un personaggio che la regia ha voluto meno feroce del solito. Ne è uscita una figura più ingenua, più passiva, donnaiolo, quasi schiacciata dagli eventi. Vocalmente è affidabile, sempre centrato, ma non lascia un timbro memorabile né una personalità vocale davvero distintiva. Di tutt’altro rilievo invece è stato il Boris di Alexander Roslavets, forse il migliore del cast. Ha dominato la scena con una sicurezza che testimonia quante volte abbia frequentato questo ruolo, e si vedeva proprio da ogni gesto, da ogni espressione, e che dunque i suoi movimenti nopn sono del tutto dettati dal regista. L’idea di far cantare la sua voce “fantasma” dal coro dietro le quinte è stata molto efficace: un momento scenico e sonoro davvero riuscito, di grande atmosfera.

Il protagonista è sicuramente, però, il M° Chailly: ha affrontato la partitura con la consueta austerità, e, da quanto visto dai pochi momenti che la telecamera si concentrasse su di lui, si è visto quanto fosse conoscitore della partitura. Il gesto è stato piuttosto preciso, nonché movimentato, cosa che in molte altre occasioni non ho notato. L’orchestra ha risposto con colori splendidi, soprattutto negli archi, e con assoli impeccabili della tromba, del violino, del violoncello. L’orchestrazione, già complessissima in Shostakovich, è stata resa con lucidità e potenza controllata. La banda in scena, impegnata in pagine difficilissime, è stata altrettanto precisa, tranne in qualche leggerissima imprecisione nel terzo atto. Il coro ha cantato bene una parte intricata, con un suono pieno e un colore molto compatto. 

La regia, pur con alcuni limiti, è stata nel complesso più convincente di altre produzioni, come, ricordiamo, Turandot al San Carlo profumatamente fischiato. L’uso del flashback come cornice (Katerina e Sergej che, già arrestati, ricostruiscono i fatti davanti alla polizia) crea un costante rimbalzo tra presente e passato che, sebbene non originale, funziona. La presenza della polizia nelle scene del ricordo, spesso a prendere appunti, fotografare o interrogare i personaggi, costruisce un doppio piano narrativo che dà un certo ritmo ai primi due atti e riempie gli interludi con senso, evitando quelle solite soluzioni vacue o esteticamente forzate che si vedono altrove. Non tutti gli elementi però funzionano: il banco del poliziotto che sale e scende a ogni scena è ripetitivo e quasi sempre inutile, soprattutto se per pochi secondi; la cantina trasformata in cassaforte rende poco credibile la dinamica delle chiavi, e la scelta finale dell’incendio al posto dell’annegamento, nonostante il grande spettacolo visivo, probabilmente affidato a professionisti, non restituisce la potenza tragica prevista da Shostakovich. 

Gli applausi sono stati calorosi per tutti, con ovazioni vere per Jakubiak e per Roslavets. Sorprendentemente affettuosi anche quelli al regista e alla squadra creativa, cosa che negli ultimi anni non accadeva quasi più. A sipario chiuso sono stati richiamati i protagonisti, con nuove ovazioni soprattutto per Katerina e Boris. Ma il trionfatore della serata, alla sua ultima Prima, è stato Chailly, accolto da applausi enormi e prolungati, con fiori e chiamate ripetute. Un 7 dicembre che, nel bene e nel meno riuscito, è rimasta comunque un evento forte, solidissimo musicalmente e con momenti davvero memorabili.

★★★★☆