Il DVD del New Year’s Eve Concert 1999 dei Berliner Philharmoniker diretto da Claudio Abbado documenta uno degli eventi più simbolici della storia recente dell’orchestra: il saluto musicale all’ultimo giorno del XX secolo. Come da tradizione, mentre il primo giorno dell’anno è affidato a Vienna e al suo Neujahrskonzert, il compito di chiudere l’anno con solennità e spettacolarità spetta a Berlino.
Il programma è costruito in modo radicalmente originale, come d'altronde ogni concerto. Ogni concerto, che sia della notte di San Silvestro o del Waldbühne (sede del concerto di fine stagione), si segue in tema: in questo caso, Abbado propone esclusivamente grandi finali della storia della musica sinfonica e corale, attraversando Ottocento e primo Novecento con una progressione crescente di energia, complessità e grandiosità. La seconda parte, annunciata come una lunga sequenza di bis, è invece dedicata alla tradizione berlinese della musica leggera e d’intrattenimento, con un tono volutamente festoso, che culmina con la famosa Berliner Luft, "aria berlinese".
Il concerto si apre con l’Allegro con brio della Settima Sinfonia di Beethoven, un finale trascinante che Abbado affronta con un tempo saldo e una tensione continua, mettendo in luce quella “apoteosi della danza” di cui parlava Wagner. Segue l’Allegro ma non troppo conclusivo dell’Ottava Sinfonia di Dvořák, dove il carattere festoso e boemo del tema principale si unisce a una scrittura orchestrale luminosa, resa con naturalezza dai Berliner. Il Rondo-Finale della Quinta Sinfonia di Mahler segna un netto cambio di atmosfera rispetto ai brani precedenti. Qui non domina più l’impeto danzante o la tensione drammatica, ma una gioia costruita per accumulo, quasi artigianale. Abbado mette in evidenza la natura contrappuntistica del movimento, facendo emergere con grande chiarezza il gioco di richiami tra le sezioni dell’orchestra. Il celebre tema, che ritorna più volte trasformato, non viene spinto verso un trionfo immediato, ma lasciato crescere progressivamente, con un senso di leggerezza controllata. Ne risulta un finale luminoso ma mai enfatico, in cui l’ironia mahleriana e il gusto per la citazione convivono con una sensazione di conquista serena, come se la vittoria fosse il frutto di un percorso finalmente ricomposto. Con Stravinsky e Ravel il programma torna esplicitamente alla danza. Dall’Oiseau de feu (versione del 1919) vengono proposti la Danza infernale, la Berceuse e l’Inno finale, eseguiti con grande precisione timbrica e senso teatrale. La Danse générale conclusiva di Daphnis et Chloé ha un clima aureo e solare, in cui l’orchestra costruisce un crescendo travolgente, sostenuto dal contributo corale, qui usato come colore atmosferico. Il passaggio ad Aleksandr Nevsky di Prokofiev introduce una dimensione epica: l’Entrata di Aleksandr a Pskov è resa con un tono solenne e compatto, valorizzando la potenza dei cori e degli ottoni. Ancora più imponente è il finale dei Gurrelieder di Schönberg, vera vetta del concerto. Qui Abbado domina masse enormi con lucidità assoluta, lasciando emergere la scrittura tardo-romantica dell’opera. La parte del narratore (di solito assegnata a voce femminile, come lo stesso Abbado fece otto anni prima propio a Berlino), affidata a Klaus Maria Brandauer, si colloca efficacemente tra declamazione e canto, fino al coro finale che saluta il sole nascente come simbolo di rinascita.
Dopo questo climax, il discorso di Klaus Wallendorf apre ufficialmente la seconda parte. I bis, dedicati a Paul Lincke, Walter Kollo e altri autori legati a Berlino, trasformano l’atmosfera: l’orchestra suona, canta, fischia, coinvolge il pubblico. Il momento culminante è, come detto prima, Berliner Luft, in cui Abbado lascia il podio e affida musica e ritmo all'orchestra.
Dal punto di vista della direzione, Abbado offre una lezione di equilibrio tra rigore e libertà. La sua è una lettura sempre controllata, mai retorica, ma capace di esaltare il carattere di ogni brano. L’orchestrazione, soprattutto nei grandi affreschi di Mahler e Schönberg, risulta limpida nonostante le dimensioni, confermando la straordinaria qualità dei Berliner Philharmoniker di quegli anni. Anche nella parte dei bis, il Maestro dirige con evidente divertimento, lasciando spazio al gioco e alla complicità con orchestra e pubblico, senza però rinunciare alla precisione e al controllo del gesto, che restano impeccabili fino all’ultimo brano.
Gli applausi, lunghissimi e calorosi, non sono semplici segni di entusiasmo, ma parte integrante dello spettacolo.
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