Verdi: Simon Boccanegra - ArtHaus Musik / Rai Trade / Sole24 Ore / De Agostini

Pubblicato il 11 dicembre 2025 alle ore 07:38

Si sa, uno dei cavalli di battaglia di Claudio Abbado è il Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi. Non a caso, l'edizione che ha aperto la stagione scaligera nel 1971 è considerata l'emblema del Teatro: secondo alcuni musicologi, chi pensa al Teatro alla Scala, pensa subito al Simon Boccanegra di Abbado con la regia di Strehler. Tuttavia, della rappresentazione del 1971 ci sono solo foto, una risorsa video si trova solo su Youtube, anche se la Rai ha ufficializzato il processo di restaurazione di quest'edizione (tra l'altro, quell'esecuzione è del 1977, e venne utilizzata per l'apertura della stagione del bicentenario della Scala). Dunque, l'unica edizione sotto forma di DVD che si ha di Abbado che dirige il Simon Boccanegra è quella andata in scena a giugno 2002 al Teatro del Maggio Fiorentino, in coproduzione con l'Osterfestspiele Salzburg.

Carlo Guelfi veste il ruolo del protagonista con una profondità sorprendente: il suo baritono, all'inizio ancora "sofferto" e accorato, si apre a grande nobiltà quando si profila la figura pubblica del Doge, per poi chiudersi in un calore paterno nelle scene più intime. In particolare, il "Plebe! Patrizi!" nel primo atto e il drammatico duetto finale con Fiesco rivestono spessore emotivo, grazie a tonalità pianissimo che toccano corde commoventi.

Accanto a lui, Karita Mattila incarna Amelia con presenza magnetica: la sua voce è forte e luminosa. La sua eleganza vocale, con acuti scolpiti e fraseggio affascinante, è stata definita da molti la più applaudita della serata.

Nel ruolo di Fiesco, Julian Konstantinov offre una presenza vocale imponente: il basso scuro e massiccio riesce a dominare le scene con autorevolezza, in particolare nell'aria "II lacerato spirito" e nel momento della riconciliazione con Simon. La sua resa, pur priva della ferocia di alcuni predecessori, è intensa e profondamente recitata.

Vincenzo La Scola, interprete di Gabriele Adorno, emerge come tenore appassionato e stilisticamente misurato, capace di regalare momenti di bel fraseggio e sensibilità verdiana, anche se con una personalità forse meno carismatica rispetto ai colleghi più famosi.

Infine Lucio Gallo, nel ruolo di Paolo, tratteggia un antagonista crudele e vendicativo, con perfidia credibile e una malvagità ben scandita, conferendo al dramma toni cupi e inquietanti.

Claudio Abbado, alla guida dell'Orchestra e del Coro del Maggio Musicale Fiorentino, offre una lettura di grande profondità e coerenza. Egli dimostra una padronanza assoluta di ogni aspetto della partitura e fa si che ogni misura risuoni di vita e significato. L'interpretazione di Abbado è intensa e controllata: i tempi sono ampi quando servono (in particolare nell'ultimo atto), le dinamiche estremamente plasmate. In particolare, le ultime scene (la morte di Simon) sono eseguite soffermandosi su tempi morbidi e rallentati che ne intensificano la commozione.

L'Orchestra e il Coro del Maggio Musicale Fiorentino brillano per dedizione e disciplina. Grazie alla bacchetta di Abbado ogni frase orchestrale è modellata con cura, ed è evidente che il direttore ottiene il massimo dall'organico. Le sezioni di archi e legni, generalmente scure in quest'opera, suonano dense e palpabili, come evidenziato dal critico che rileva "passaggi quasi solitari degli archi gravi" nei momenti più cupi. Il coro è preciso nei ritmi e potente nei cori politici (per esempio nell'Atto III), sostenendo con coesione l'azione drammatica. In generale, il risultato sonoro è descritto come "vivo e intenso": il magistero di Abbado emerge nella perfetta integrazione del suono, di grande impatto emotivo e in alta definizione audio.

La regia di Peter Stein non convince del tutto, anzi lascia insoddisfatti. La scelta di un impianto visivo estremamente minimalista, con scenografie essenziali fino al punto dell'astrazione, priva lo spettacolo di quell'impatto visivo che un'opera come Simon Boccanegra meriterebbe. I fondali spogli e l'uso reiterato del colore blu per evocare il mare risultano ripetitivi, mentre l'assenza quasi totale di elementi scenici penalizza la costruzione drammatica di molte scene chiave, come la maestosa scena del Consiglio o la solenne conclusione del dramma. Anche la direzione degli attori, seppur sobria, appare spesso statica: i personaggi si muovono con una compostezza quasi rituale, ma raramente vibrano di vera tensione teatrale. Persino i costumi, giocati su un contrasto cromatico semplice tra plebei e patrizi, sembrano più un espediente didascalico che una vera scelta espressiva. In definitiva, la regia sembra voler sparire dietro la musica, ma finisce per togliere forza all'opera nel suo complesso, lasciando che sia solo l'eccellenza musicale a sorreggere l'impatto emotivo della rappresentazione.

Già all'entrata del Maestro. grandi ovazioni che si confermano anche alla fine dell'opera, dove è sicuramente il più applaudito di tutti.